Ci sono voluti nove giorni di camera di consiglio. Poi, ieri, la giuria del tribunale di Los Angeles ha emesso il verdetto: Meta e Google sono responsabili dei danni alla salute mentale causati dalle loro piattaforme ai minori.
La ricorrente è una ragazza di vent’anni che ha iniziato a usare Instagram e YouTube da bambina. La sua tesi, accolta dalla giuria, è che quella dipendenza dai social l’abbia portata ad ansia, depressione e dismorfismo corporeo, ovvero un disturbo ossessivo legato alla percezione distorta del proprio corpo, spesso alimentato dal confronto con immagini idealizzate.
I danni compensativi assegnati ammontano a 3 milioni di dollari. La giuria ha poi stabilito una ripartizione delle responsabilità: Meta, proprietaria di Instagram, è ritenuta responsabile per il 70% (equivalente a 4,2 milioni sul totale di 6 milioni assegnati), mentre Google, proprietaria di YouTube, risponde del restante 30%. Snap e TikTok avevano già patteggiato per cifre non rese note prima dell’inizio del processo.
Il verdetto arriva a meno di 48 ore da un’altra condanna pesante per Meta, di cui abbiamo scritto ieri: martedì, una giuria del New Mexico l’aveva ritenuta responsabile per non aver protetto i minori da predatori sessuali, adescamento e traffico di esseri umani sulle proprie piattaforme, comminando una sanzione da 375 milioni di dollari.
Due processi diversi, due teorie giuridiche diverse ma un unico filo conduttore: Meta sapeva, e non ha agito.
Non i contenuti, il design
La strategia legale che abbiamo raccontato ieri ha funzionato. La giuria ha accettato l’argomento centrale dell’accusa: Meta e Google non rispondono di ciò che gli utenti pubblicano sulle loro piattaforme, ma di come quelle piattaforme sono state costruite.
I “like” che innescano confronto sociale, lo scorrimento infinito che impedisce di smettere, le notifiche push che riportano continuamente l’utente sulla piattaforma. Sono tutte funzionalità progettate deliberatamente per massimizzare il tempo trascorso online e quindi i ricavi pubblicitari.
La Sezione 230 non regge quando l’accusa riguarda scelte progettuali, non contenuti.
Meta ha già annunciato che valuterà le proprie opzioni legali, avvertendo che i casi “minacciano di erodere le protezioni della Sezione 230 e del Primo Emendamento che salvaguardano la libertà di espressione online”.
Google ha dichiarato che farà appello, definendo YouTube “una piattaforma di streaming costruita responsabilmente, non un sito di social media”. Una distinzione che la giuria ha evidentemente respinto.
Meta sul banco dei testimoni
Mark Zuckerberg è stato il testimone di maggior profilo del processo. In aula ha ammesso di aver annullato personalmente un divieto sui filtri di bellezza di Instagram (nonostante il parere contrario degli esperti interni, che li ritenevano responsabili di favorire il dismorfismo corporeo), perché era più preoccupato per la “libertà di espressione”.
Ha anche dichiarato che Meta non fissa più obiettivi interni sul tempo di utilizzo della piattaforma. La giuria ha però sentito anche altro. Documenti interni del 2013 e del 2022 mostravano invece Zuckerberg e altri dirigenti indicare esplicitamente l’aumento del tempo trascorso sulla piattaforma, anche da parte degli adolescenti, come obiettivo aziendale.
Un ricercatore interno aveva scritto in una mail: “IG è una droga… Siamo praticamente degli spacciatori”. Lo stesso ricercatore annotava che Adam Mosseri, capo di Instagram, “andò nel panico” quando fu sollevato il tema dei picchi di dopamina legati all’uso dei social.
Il contrasto tra le dichiarazioni pubbliche e i documenti interni ha avuto un peso decisivo. Non si trattava di un’azienda ignara degli effetti delle proprie scelte: si trattava di un’azienda che li conosceva, li discuteva internamente, e continuava a perseguire quegli stessi obiettivi.
Il precedente e la guerra legale
Questo verdetto è stato paragonato alla stagione giudiziaria contro i grandi produttori di tabacco negli anni Novanta, una serie di cause che negli Stati Uniti trasformò strutturalmente un’intera industria, impose risarcimenti miliardari e aprì la strada a una regolamentazione radicale del settore. Il parallelo non è casuale: anche allora, il punto di svolta non fu dimostrare che le sigarette uccidevano ma che le aziende lo sapevano e lo nascondevano.
Migliaia di cause simili sono già depositate negli Stati Uniti, promosse da singoli, distretti scolastici e procuratori generali statali. Il verdetto di Los Angeles, primo del suo genere, fornisce ora un precedente su cui costruire.
L’Unione Europea sta parallelamente indagando se le funzionalità che generano dipendenza dei social violino il Digital Services Act. Spagna e Australia hanno già vietato l’accesso ai social per i minori di 16 anni; Regno Unito e Francia stanno valutando misure analoghe.
Per Meta e Google, il problema non è tanto l’entità del risarcimento: 6 milioni sono una cifra irrisoria per aziende che fatturano centinaia di miliardi all’anno. Il problema è il precedente.
Se il design è una causa d’azione valida in tribunale, ogni funzionalità pensata per aumentare il coinvolgimento degli utenti diventa potenzialmente una passività legale. E le cause in attesa sono migliaia.
Fonte: Wall Street Journal


