Trecentosettantacinque milioni di dollari. È la cifra che una giuria del New Mexico ha imposto a Meta martedì, al termine di un processo civile che ha messo sotto accusa Facebook e Instagram per non aver protetto i minori dai predatori sessuali.
La giuria non si è limitata a dichiarare Meta responsabile: ha stabilito che la violazione delle leggi statali sulle pratiche commerciali scorrette è stata consapevole. Non una negligenza, non un’omissione. Una scelta deliberata.
Il procuratore generale dello Stato, Raúl Torrez, aveva chiesto una sanzione potenzialmente superiore ai 2 miliardi. La giuria si è fermata a 375 milioni, calcolati sul numero di singole violazioni accertate. Meta ha già annunciato che farà appello.
Com’è nata la causa
Tutto è partito da un’operazione sotto copertura condotta nel 2023 dall’ufficio del procuratore Torrez. In quell’occasione gli investigatori crearono su Facebook e Instagram il profilo falso di una bambina di 13 anni. Quel profilo, ha raccontato Torrez alla CNBC, fu “semplicemente inondato di immagini e sollecitazioni mirate” da parte di predatori.
Da quella prova sono nate le accuse: Meta avrebbe ingannato i propri utenti sulla sicurezza delle piattaforme, violando le leggi statali a tutela dei consumatori.
Meta ha negato ogni addebito, sostenendo di lavorare “duramente per garantire la sicurezza delle persone” e di avere un solido “storico di protezione degli adolescenti online”. Ma la giuria non ne è stata convinta.
La strategia: colpire il design, non i contenuti
La partita più interessante di questo processo non si gioca sul merito delle singole violazioni ma sul terreno legale. Storicamente, le piattaforme digitali si sono difese dietro la Sezione 230 del Communications Decency Act, la norma federale americana che le esonera da responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti. È un’immunità ampia, consolidata, che ha retto per decenni.
La strategia del New Mexico aggira questa protezione. Invece di contestare i contenuti pubblicati sulla piattaforma, i pubblici ministeri hanno puntato sul design dell’app. Ovvero le scelte architetturali che, secondo l’accusa, rendono Facebook e Instagram strutturalmente pericolose per i minori.
Torrez ha già confermato di aver superato le eccezioni legate alla Sezione 230 anche nella causa parallela contro Snap. È un precedente che l’intera industria tecnologica guarderà con attenzione.
Quello che Meta sapeva (e non diceva)
Durante il processo sono emersi documenti interni che Meta avrebbe preferito tenere riservati. Al centro, una decisione del 2019: l’annuncio di Mark Zuckerberg di rendere Facebook Messenger cifrato end-to-end per impostazione predefinita.
Presentata pubblicamente come una misura a tutela della privacy degli utenti, quella scelta ha avuto un effetto collaterale che i dipendenti stessi avevano messo per iscritto: rendere più difficile segnalare alle forze dell’ordine circa 7,5 milioni di casi di materiale pedopornografico.
Torrez ha sintetizzato la questione con una frase netta: “Tutto ciò che stiamo facendo è mostrare al mondo ciò che sapevano a porte chiuse e che non erano disposti a dire ai loro utenti”.
Meta ha risposto accusando i pubblici ministeri di aver selezionato ad arte i documenti, ma la giuria ha deciso che quei documenti erano sufficientemente eloquenti.
Un caso, molti processi
Il New Mexico non è solo. Negli stessi giorni, a Los Angeles, una giuria separata sta deliberando su un processo per danni personali che coinvolge Meta e YouTube, accusate di aver progettato app capaci di indurre dipendenza in utenti minorenni.
Più avanti nel corso dell’anno, un tribunale federale in California affronterà un’azione collettiva promossa da distretti scolastici e genitori contro Meta, YouTube, TikTok e Snap per i danni alla salute mentale degli adolescenti.
Gli esperti hanno già evocato il confronto con le cause contro Big Tobacco negli anni Novanta: processi che inizialmente sembrarono battaglie impossibili, e che finirono per riscrivere le regole di un’intera industria.
Per Meta, intanto, il processo del New Mexico non è ancora finito: il 4 maggio inizierà la seconda fase, in cui un giudice (senza giuria) dovrà stabilire se le piattaforme abbiano creato un danno pubblico e se l’azienda debba finanziare programmi sociali per farvi fronte.
Sul tavolo ci sono anche richieste concrete di modifica strutturale delle app: verifica dell’età, rimozione dei predatori, limiti alle comunicazioni cifrate con i minori.
Fonte: CNBC


