“Conosciamo il nostro contratto. Faremo causa se lo violeranno.” Con queste parole, una fonte vicina a Microsoft ha sintetizzato la posizione dell’azienda di fronte a un accordo da 50 miliardi di dollari tra Amazon e OpenAI che rischia di far saltare una delle partnership più redditizie dell’industria tecnologica.
Al centro dello scontro c’è Frontier, il nuovo prodotto commerciale di OpenAI, una piattaforma che dispiega flotte di agenti IA autonomi all’interno delle aziende, capaci di operare su diversi software, accedere a dati aziendali e ricordare il lavoro svolto.
Il problema è che OpenAI vuole offrirlo attraverso Amazon Web Services. E Microsoft, che dal 2019 è il partner cloud di OpenAI e ha costruito su quella relazione buona parte della crescita recente di Azure, non intende cedere il passo.
L’accordo tra Microsoft e OpenAI prevedeva originariamente un’esclusiva totale: tutti i servizi cloud della start-up dovevano passare da Azure. Con la ristrutturazione societaria di ottobre, e il passaggio di OpenAI da no-profit a struttura a scopo di lucro, Microsoft ha accettato di rinunciare all’esclusiva generale.
Ha mantenuto però una clausola essenziale: tutte le chiamate API, cioè le connessioni attraverso cui sviluppatori e aziende accedono ai modelli di OpenAI, devono continuare a transitare per Azure. È l’ultimo rubinetto che Microsoft controlla. Ed è esattamente quello che l’accordo con Amazon rischia di aggirare.
Il tentativo di aggiramento di Altman
Amazon e OpenAI sostengono di aver trovato una soluzione compatibile con il contratto. L’idea è questa: i modelli di OpenAI, di per sé, non hanno memoria e ogni interazione riparte da zero. Per renderli utili in azienda, serve aggiungere uno strato che dia loro contesto, memoria e accesso ai dati.
La mossa di Amazon e OpenAI consiste nel costruire questo strato interamente dentro Bedrock, la piattaforma di IA di Amazon, sostenendo che le chiamate “pure” ai modelli continuano a passare da Azure come previsto dal contratto. Tutto il resto, e dunque l’orchestrazione degli agenti, la memoria e i dati aziendali, girerebbe su AWS.
Microsoft contesta questa architettura alla radice. I suoi esperti tecnici non ritengono che sia possibile separare davvero le due componenti: nei fatti, dicono, il prodotto Frontier funzionerebbe su Amazon utilizzando i modelli di OpenAI. L’escamotage tecnico non cambierebbe la sostanza, ma solo la forma.
“Se Amazon e OpenAI vogliono scommettere sulla creatività dei loro avvocati contrattuali, io punterei su di noi, non su di loro,” ha aggiunto la fonte vicina a Microsoft. La tensione è tale che Amazon ha imposto ai propri dipendenti indicazioni rigorose, contenute in un memo interno, su come descrivere il sistema ai clienti: formulazioni attentamente calibrate per evitare di suggerire che i modelli di OpenAI siano accessibili direttamente su AWS, anziché transitare da Azure come previsto dal contratto.
OpenAI: diversificare per quotarsi
Per OpenAI, l’accordo con Amazon non è un capriccio. È parte di una strategia più ampia: ridurre la dipendenza da un unico partner infrastrutturale, condizione considerata necessaria per la quotazione in borsa prevista già quest’anno.
La start-up ha chiuso il mese scorso un round di finanziamento da 110 miliardi di dollari, si è impegnata ad acquistare 138 miliardi in servizi cloud da AWS, ma ha ancora bisogno di ulteriore liquidità per sostenere i costi enormi di addestramento e funzionamento dei propri modelli.
Un contenzioso legale con Microsoft sarebbe l’ultima cosa di cui OpenAI ha bisogno in questo momento. L’IPO è già complicata dalla causa intentata da Elon Musk contro Sam Altman, che accusa il fondatore di aver tradito la missione originaria della start-up per arricchire sé stesso e altri dirigenti.
Aggiungere un secondo fronte legale, per di più con il proprio principale investitore, significherebbe entrare nel mercato pubblico zavorrati da un’incertezza contrattuale che nessun investitore vuole vedere.
Nessuno vuole il tribunale, tutti ci si preparano
La partita si gioca su un equilibrio di deterrenza. Microsoft minaccia la causa ma ha le mani parzialmente legate: è a sua volta sotto indagine antitrust negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nell’Unione Europea per presunte pratiche anticoncorrenziali legate proprio ad Azure.
Portare OpenAI in tribunale significherebbe attirare ulteriore attenzione su quei procedimenti. OpenAI, dal canto suo, sostiene che l’accordo con Amazon non consente accesso indiretto ai propri modelli e che ha il diritto di costruire nuovi prodotti con terze parti, purché non vengano offerti principalmente come API. Amazon calibra ogni parola.
Prima del lancio di Frontier, le tre aziende erano ancora in trattativa per evitare il contenzioso. La dichiarazione ufficiale di Microsoft (“siamo certi che OpenAI comprenda e rispetti l’importanza di onorare i propri obblighi legali”), è tanto diplomatica nella forma quanto inequivocabile nella sostanza.
Dietro la disputa contrattuale si gioca una partita industriale più grande. Il mercato dell’IA generativa per le imprese è il segmento a più alta crescita e a più alta redditività dell’intero settore tecnologico.
Microsoft, Amazon e OpenAI non stanno litigando su una clausola: stanno ridefinendo chi controllerà l’infrastruttura su cui le aziende costruiranno i propri servizi di IA nei prossimi anni.
Azure ha costruito il proprio vantaggio competitivo sulla relazione esclusiva con OpenAI. Perdere quel controllo non significherebbe solo perdere ricavi. Significherebbe perdere la posizione.
Fonte: Financial Times


