La Commissione europea ha annunciato l’invio di una contestazione formale a Meta e ha minacciato l’adozione di misure cautelari per impedire all’azienda di riservare WhatsApp esclusivamente al proprio assistente di intelligenza artificiale, Meta AI.
Si tratta di una mossa tanto rara quanto drastica: queste misure vengono infatti usate solo quando si ritiene che il danno alla concorrenza possa diventare irreversibile prima della conclusione dell’indagine.
Il caso ruota attorno a una decisione presa da Meta il 15 gennaio: consentire solamente a Meta AI (l’intelligenza artificiale di Zuckerberg) di operare su WhatsApp (che è anch’esso di Zuckerberg), escludendo chatbot concorrenti come ChatGPT, Claude o Gemini.
Per Bruxelles si tratta di abuso di posizione dominante. Per Meta, di una scelta legittima su un prodotto di suoa proprietà, acquisito nel febbraio 2014 per circa 19 miliardi di dollari, e che da allora ha costruito e sviluppato con risorse proprie.
Cosa dice Bruxelles (e cosa non dice)
Teresa Ribera, commissaria europea alla concorrenza, ha usato parole nette: “Non possiamo permettere alle aziende tecnologiche dominanti di sfruttare illegalmente la loro dominanza per ottenere un vantaggio sleale”.
La frase contiene due affermazioni forti. La prima è che Meta stia agendo “illegalmente”. La seconda è che stia ottenendo un vantaggio “sleale”. Entrambe meritano un esame più attento.
Meta ha acquisito WhatsApp nel 2014 per 19 miliardi di dollari, ottenendo l’approvazione della Commissione europea, che all’epoca concluse che l’operazione non sollevava preoccupazioni concorrenziali. Dodici anni dopo, le stesse autorità che benedissero quell’acquisizione ora contestano come Meta utilizza l’asset che ha legittimamente comprato.
La Ribera sta peraltro definendo “illegale” una condotta che non è ancora stata giudicata tale da nessun tribunale. È retorica politica, non certezza giuridica. Se Meta stesse davvero violando norme esistenti, la Commissione avrebbe già emesso sanzioni.
Quanto al vantaggio “sleale”, la questione si complica ulteriormente. Sfruttare la propria posizione di mercato per favorire i propri prodotti è letteralmente il cuore dell’integrazione verticale, una strategia aziendale da sempre legittima.
Apple utilizza iOS per spingere i propri servizi. Google fa lo stesso con Android. Amazon favorisce i propri brand nel marketplace. Nessuno di questi casi viene definito automaticamente “sleale”. Perché WhatsApp dovrebbe essere diverso?
Meta non sta negando ai concorrenti l’accesso a una piattaforma aperta che avrebbero il diritto di utilizzare. Sta semplicemente decidendo quali funzionalità integrare in un prodotto che le appartiene. Nessuno dice che sia sleale che Netflix non ospiti contenuti Disney, o che iPhone non preinstalli app Google, o che PlayStation non faccia girare giochi Xbox.
La dottrina dell’infrastruttura essenziale
Quello che Ribera non dice apertamente è che la Commissione non sta contestando un’azione illegale nel senso tradizionale. Sta applicando una dottrina diversa, che potremmo riassumere nel “sei diventato così grande che le regole normali non valgono più per te”.
È il concetto di “essential facility”, l’infrastruttura essenziale. Quando un’azienda controlla qualcosa di cui tutti hanno bisogno, e non esistono alternative realistiche, allora acquisisce obblighi speciali di apertura verso i concorrenti.
Ma WhatsApp non è un’infrastruttura essenziale nel senso tradizionale del termine (acqua, elettricità, ecc.). Né è l’unico modo di comunicare: esistono Signal, Telegram, iMessage, SMS, email. WhatsApp è dominante per scelta degli utenti, non per costrizioni tecniche o legali.
La Commissione dà allora la sensazione di forzare una categoria giuridica pensata per casi diversi in una situazione in cui, a nostro modestissimo avviso, non rientra.
L’enforcemenet della legislazione retroattiva
L’Unione europea vuole dunque creare un nuovo obbligo: se sei dominante in un mercato, allora devi aprire la tua piattaforma ai concorrenti.
Meta risponde: questo non è mai stato illegale prima, perché dovrebbe esserlo ora? Bruxelles replica: perché sei troppo grande. Meta insiste: quindi mi punite per il mio successo?
Il paradosso è evidente. La Ribera dice “illegalmente” ma in realtà intende “in un modo che l’Unione Europea ha appena reso illegale”. Non è l’applicazione di norme esistenti, è la creazione di nuove regole in corso d’opera.
L’analogia con il caso Microsoft-Internet Explorer degli anni Novanta, spesso evocata in questi giorni, regge solo in parte. Allora Microsoft aveva integrato il browser nel sistema operativo Windows, creando un vantaggio competitivo che altri browser non potevano replicare.
C’era però una differenza non da poco: Windows era effettivamente un qualcosa da cui nessun produttore di software poteva prescindere. WhatsApp, per quanto dominante, non ha questa caratteristica.
OpenAI, Google e Anthropic possono distribuire i loro chatbot attraverso app dedicate, browser, sistemi operativi, partnership con altri servizi. L’accesso a WhatsApp darebbe loro un aiuto distributivo enorme, certo. Ma non averlo non li esclude dal mercato.
E aggiungiamo: l’UE non chiede a OpenAI di integrare Meta AI in ChatGPT. Perché Meta dovrebbe aprire WhatsApp a Sam Altman?
Cui prodest?
C’è un dettaglio in tutta questa vicenda che ci incuriosisce: l’Unione europea sta combattendo una battaglia che gli utenti non gli hanno mai chiesto di combattere. E il cui esito, qualunque esso sia, favorirà esclusivamente aziende americane.
Meta è statunitense. OpenAI è statunitense. Google è statunitense. Anthropic è statunitense. Se Bruxelles riuscisse a forzare l’apertura di WhatsApp, i beneficiari diretti sarebbero i concorrenti americani di Meta, non i campioni tecnologici europei.
Mistral AI non ha né le risorse né la scala per sfruttare l’accesso a una piattaforma da due miliardi di utenti. Aleph Alpha fa enterprise/government B2B, non consumer.
Resta allora da capire quale sia esattamente l’interesse europeo in questa partita, sempre che non si limiti all’essere arbitro della concorrenza tra i giganti d’oltreoceano.
La geopolitica dell’antitrust
La vicenda s’inserisce in una tensione più ampia. L’enforcement europeo contro le Big Tech statunitensi si sta intensificando proprio mentre crescono le pressioni dall’altra sponda dell’Atlantico per allentare la presa regolatoria.
L’Unione europea sta tentando di costruire una “terza via” tra il lassismo americano, che ha prodotto monopoli oggettivamente difficili da scalfire, e l’autoritarismo cinese: un capitalismo sorvegliato dove le posizioni dominanti comportano obblighi speciali.
L’obiettivo è formalmente legittimo: evitare che il mercato si concentri in poche mani senza per questo soffocare l’innovazione. Ma l’equilibrio è delicato e va gestito con accortezza.
Se le regole diventano imprevedibili, se ogni strategia aziendale oggi lecita può trasformarsi domani in un abuso sanzionabile, il risultato non è protezione della concorrenza ma l’incertezza.
E questo non può essere positivo per un continente che ha perso molti (troppi?) treni negli ultimi decenni, e che deve provare a riaprire una finestra d’opportunità che per alcuni è ormai già chiusa.
Fonte: Reuters


