La parabola di David Sacks nell’amministrazione Trump racconta una trasformazione silenziosa ma radicale dei rapporti di forza fra Washington e la Silicon Valley.
Venture capitalist di lungo corso, cofondatore della società di venture capital Craft Ventures e cofondatore del podcast “All-In”, Sacks ha assunto il ruolo di “czar” per l’intelligenza artificiale e le criptovalute ricoprendo una posizione ibrida, quella di special government employee.
Che, negli Stati Uniti, consente di lavorare per il governo senza rinunciare agli affari privati. Una soluzione pensata per attrarre esperti temporanei ma che, nel suo caso, ha creato un’incandescente sovrapposizione di interessi sulla quale ha appena fatto luce il New York Times.
Sacks e gli inizi con Musk e Thiel
Il suo percorso, però, non si comprende davvero senza considerare la rete di relazioni che ha costruito all’inizio della sua carriera: Sacks arriva infatti alla Casa Bianca dopo decenni trascorsi a investire, cofondare e intrecciare imprese con figure come Peter Thiel ed Elon Musk.
Con loro ha condiviso la stagione di PayPal prima dell’acquisizione da parte di eBay, e da quella stagione è nato un circuito di investimenti incrociati che ancora oggi definisce una parte consistente del potere economico e culturale della Silicon Valley.
Sacks ha finanziato SpaceX, ha sostenuto Palantir, e ha visto Thiel ricambiare investendo in Yammer, la sua startup poi acquistata da Microsoft per 1,2 miliardi di dollari. È lo stesso circuito di relazioni nato ai tempi di PayPal, venduta a eBay per 1,5 miliardi, a costituire la rete di capitale e influenza che ancora oggi sostiene la sua ascesa politica ed economica
È questo stesso ecosistema che, negli anni successivi, ha alimentato la sua ascesa politica, dalle donazioni ai super PAC repubblicani fino alla cena di fundraising da 12 milioni di dollari per Trump organizzata nella sua villa di San Francisco.
Da gennaio, Sacks ha contribuito a delineare le politiche dell’amministrazione in materia di IA e crypto, mentre continuava la sua attività di investitore con un portafoglio che include 449 partecipazioni in aziende legate all’intelligenza artificiale.
È una cifra che basta da sola a spiegare perché la sua presenza alla Casa Bianca sia stata letta come un problema etico: ogni scelta regolatoria può infatti toccare direttamente o indirettamente i settori in cui lui stesso investe.
Ma nelle parole del presidente Trump, Sacks è un “grande”. Anche perché, in un’America che punta a consolidare la propria supremazia tecnologica, la sua vicinanza al potere politico è diventata un asset.
Il patto con Nvidia e la guerra dei chip
Il cuore della sua influenza si è visto nel rapporto costruito in pochi mesi con Jensen Huang, CEO di Nvidia.
La posta in gioco era enorme: le restrizioni dell’era Biden sull’export dei chip più avanzati verso la Cina, misure che rispondevano alla preoccupazione che quei componenti potessero rafforzare capacità industriali e militari rivali.
Per il settore tecnologico è stata una frattura storica, perché riguardava esattamente la materia prima che alimenta i modelli fondazionali di nuova generazione. Ed è proprio su questo terreno che Sacks si è mosso con decisione, sostenendo che limitare Nvidia avrebbe ottenuto l’effetto opposto: accelerare gli sforzi cinesi per sviluppare chip ancora più potenti.
Una posizione perfettamente allineata a quella di Huang, che chiedeva al governo un via libera per esportare liberamente. Il risultato è stato che dopo un incontro nello Studio Ovale, Trump ha autorizzato Nvidia a tornare a vendere i suoi chip più avanzati in Cina.
La stessa logica ha guidato l’accordo firmato a maggio con gli Emirati Arabi Uniti, un Paese sempre più centrale negli equilibri tecnologici globali e storicamente vicino anche a Pechino.
L’intesa per fornire 500.000 chip americani, in larga parte Nvidia, ha fatto scattare l’allarme fra alcuni funzionari della Casa Bianca, ma ha rafforzato la strategia di Sacks, che su “All-In” ha sintetizzato la sua visione: “Definirei vincere come il fatto che il mondo intero si consolidi attorno alle aziende americane dell’IA”.
Criptovalute, stablecoin e interessi che si intrecciano
L’influenza di Sacks non si è limitata ai chip. In primavera ha sostenuto la GENIUS Act, la legge che ha introdotto un quadro regolatorio nazionale per le stablecoin.
È una riforma attesa da anni dal settore, che ora consente a operatori e investitori di muoversi in uno spazio normativo più chiaro e scalabile. Il mercato delle stablecoin (strumenti pensati per mantenere un valore stabile, in genere ancorato al dollaro), è diventato un tassello strategico del mondo crypto.
A tal proposito Craft Ventures è uno dei principali investitori in BitGo, società partner di numerosi emittenti di stablecoin. Dopo l’approvazione della legge, BitGo ha salutato il nuovo quadro normativo come un’opportunità “perfettamente in linea” con i suoi servizi e, poche settimane dopo, ha presentato domanda di IPO.
Un tempismo che non è passato inosservato, soprattutto perché Craft detiene il 7,8% dell’azienda: una quota che, alla valutazione del 2023, varrebbe oltre 130 milioni di dollari. Sacks respinge ogni accusa di conflitto di interessi ma la coincidenza fra politiche promosse e crescita delle società in cui investe continua ad alimentare il dibattito.
Il moltiplicatore politico del podcast “All-In”
C’è poi un altro livello, più sottile, in cui il potere di Sacks si è fatto sentire: la dimensione culturale.
“All-In”, nato come podcast di discussione economica fra investitori, è oggi uno dei megafoni più rilevanti dell’élite tecnologica californiana. La vicinanza della Casa Bianca ha trasformato il programma in una piattaforma capace di influenzare l’agenda politica tanto quanto quella tecnologica.
La crescita del brand si è riflessa anche nel suo indotto: il summit annuale organizzato a Los Angeles è diventato un evento di culto per l’ecosistema venture. I biglietti, venduti a 7.500 dollari l’uno, hanno generato oltre 21 milioni di dollari in ricavi nell’ultima edizione, in netto aumento rispetto ai 15 milioni dell’anno precedente.
Un balzo che testimonia come la risonanza politica del podcast abbia amplificato non solo la sua audience ma anche il suo valore economico, creando un circolo virtuoso fra esposizione pubblica, accesso ai decisori e notorietà nel mondo tech. Ospitare ministri, tour nello Studio Ovale, interviste ai vertici dell’amministrazione: tutto questo ha contribuito a rafforzare ulteriormente la centralità del programma e l’impatto dei suoi protagonisti.
È questo ecosistema, fatto di investimenti, narrative pubbliche, relazioni personali e accesso privilegiato al potere, a rendere il “caso Sacks” uno dei più significativi della nuova fase in cui tecnologia e politica americana stanno convergendo.
Un’epoca in cui chi controlla la filiera dell’intelligenza artificiale può contribuire a scrivere le regole del gioco.
Fonte: The New York Times


