La Corea del Sud ora compra nafta russa per i chip

by | 31 Mar 2026 | Politica

Riassunto IA
  • La Corea del Sud ha acquistato 27.000 tonnellate di nafta russa grazie a una deroga temporanea alle sanzioni USA, prima importazione da Mosca dall’inizio del conflitto con l’Iran.
  • La nafta è materia prima essenziale per la produzione di semiconduttori: la chiusura dello Stretto di Hormuz ha reso vulnerabile una catena di approvvigionamento che serve il 44% della domanda globale dalla sola Asia-Pacifico.
  • Gli analisti prevedono aumenti di costi e allungamento dei tempi di consegna nel medio termine; Taiwan, che aveva azzerato le importazioni russe per ragioni etiche, si ritrova ora esposta a un doppio shock geopolitico.
Tempo di lettura: 3 minuti

La Corea del Sud ha appena comprato nafta dalla Russia. Parliamo di ventisettomila tonnellate, il primo acquisto da Mosca dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, scoppiata a fine febbraio.

Non è una violazione delle sanzioni: Washington ha concesso una deroga temporanea sulle sanzioni, consentendo ai carichi di nafta russa già in mare di completare la consegna entro l’11 aprile.

Tutto è formalmente regolare, eppure la situazione è difficile da ignorare: la stessa amministrazione che nei mesi scorsi ha pubblicamente accusato l’Europa di comprare energia russa (“è imbarazzante per loro”, ha detto Trump all’ONU), apre una finestra per far passare materie prime di Mosca verso uno dei suoi principali alleati in Asia.

Due pesi, due misure. E nel mezzo, una filiera industriale che il mondo ha scoperto essere molto più fragile di quanto pensasse.

La nafta e i chip

Per capire perché questa notizia conta, bisogna fare un passo indietro. La nafta non è solo carburante: è una materia prima petrolchimica da cui si ricavano prodotti chimici ad alta purezza, solventi e plastiche essenziali per fabbricare i semiconduttori.

I suoi derivati vengono trasformati in fotoresina, detergenti e materiali isolanti applicati direttamente sui wafer di silicio. Senza nafta, non si producono chip. E senza chip, si ferma quasi tutto il resto: smartphone, auto, elettrodomestici, sistemi industriali.

La Corea del Sud dipende dalle importazioni per il 45% del suo fabbisogno di nafta. Di queste, il 77% arriva dal Medio Oriente. Con lo Stretto di Hormuz chiuso dal conflitto con l’Iran, quella rotta è diventata improvvisamente incerta.

Seul si è così trovata a dover cercare alternative in fretta, e la Russia (nonostante le sanzioni, nonostante la guerra in Ucraina), era l’unica opzione disponibile nel breve termine.

La trappola di Taiwan

C’è un caso che racconta ancora meglio la natura sistemica del problema. Taiwan, sei mesi fa, aveva deciso di azzerare le importazioni di nafta dalla Russia: una scelta motivata da ragioni etiche, sotto pressione di organizzazioni non governative critiche verso i legami commerciali con Mosca.

Aveva spostato tutti gli acquisti sul Medio Oriente. Una scelta ben motivata, sulla carta, poi è arrivata la guerra con l’Iran, lo Stretto di Hormuz si è chiuso, e Taiwan si è ritrovata esposta a un secondo shock geopolitico consecutivo. Questa volta però senza la valvola di sfogo russa che aveva appena abbandonato.

TSMC, il più grande produttore di chip al mondo, dipende da quella catena di approvvigionamento. Gli analisti avvertono che una interruzione prolungata potrebbe spingere i grandi produttori verso rotte di fornitura alternative, alcune delle quali potenzialmente soggette a sanzioni.

Il paradosso insomma è già realtà: fare la cosa giusta, geopoliticamente parlando, può costare caro industrialmente.

Fondamenta fragili

Il problema non è solo di Seul o Taipei. La regione Asia-Pacifico (Corea del Sud, Cina, Taiwan), rappresenta il 44% della domanda globale di nafta.

Il Medio Oriente fornisce da solo il 54% delle spedizioni verso l’Asia, con gli Emirati Arabi Uniti in testa. La Russia è seconda con il 12% ma è improbabile che aumenti la produzione nel breve periodo.

Nel frattempo i prezzi hanno già reagito: in Cina la nafta è salita del 24% in pochi giorni dalla chiusura dello Stretto. Cina, Giappone, Corea del Sud e Sud-Est asiatico hanno enormi impianti di raffinazione, ma un surplus domestico trascurabile: quando le importazioni si bloccano, la capacità produttiva si riduce quasi immediatamente.

“Un singolo shock geopolitico può riverberarsi su un intero continente industriale”, ha scritto ICIS, società di analisi delle materie prime, in una nota di marzo. Non è una metafora. È una descrizione tecnica di quello che sta accadendo.

Elio, materiali critici e il conto che arriva dopo

La nafta è la crisi visibile. Ma sotto la superficie ce n’è un’altra che avevamo già raccontato: quella dell’elio, altra materia prima essenziale per la produzione di semiconduttori, anch’essa a rischio per effetto della guerra con l’Iran.

Le due crisi si sovrappongono e si amplificano. “Nel medio-lungo termine, un’interruzione prolungata potrebbe aumentare i costi e allungare i tempi di consegna per parti dell’ecosistema dei materiali”, ha dichiarato Rolf Bulk, analista di The Futurum Group. Tradotto: i chip costeranno di più, e ci vorrà più tempo per averli.

L’industria globale dei semiconduttori si è costruita su catene di approvvigionamento efficienti e geograficamente concentrate. Quella concentrazione ha abbassato i costi per decenni. Oggi ne presenta il conto.

Fonte: South China Morning Post

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