Micron Technology ha pubblicato risultati trimestrali che, sulla carta, non lasciano spazio a dubbi. I ricavi del secondo trimestre fiscale (chiuso a fine febbraio) sono quasi triplicati a 23,9 miliardi di dollari, polverizzando le stime degli analisti.
Le previsioni per il trimestre in corso sono ancora più impressionanti: 33,5 miliardi, contro i circa 24 attesi da Wall Street. Il consiglio di amministrazione ha approvato un aumento del 30% del dividendo trimestrale.
Eppure il titolo è sceso di quasi il 5%.
Il motivo sta in una cifra che ha gelato gli investitori: la spesa in conto capitale per l’anno fiscale in corso è stata rivista al rialzo da 20 a oltre 25 miliardi di dollari, ben oltre i 22,4 miliardi previsti dagli analisti.
E per il 2027, l’amministratore delegato Sanjay Mehrotra ha annunciato un ulteriore balzo di oltre 10 miliardi. In parole povere: per continuare a crescere, Micron deve spendere a ritmi che comprimono i margini. Il boom dell’IA non è gratis, nemmeno per chi lo alimenta.
L’oro dell’IA si chiama HBM
A trainare questa crescita esplosiva sono le memorie ad alta larghezza di banda, note come HBM, componenti specializzati che affiancano i processori nei data center, fondamentali per trasferire le enormi quantità di dati richieste dall’addestramento e dall’esecuzione dei modelli di intelligenza artificiale. La domanda è talmente forte che i produttori stanno dirottando la produzione verso questi ordini, più redditizi.
La conseguenza è un effetto a cascata: meno memorie tradizionali disponibili, prezzi in impennata su tutta la filiera. HP ha dichiarato il mese scorso che i costi delle memorie sono circa raddoppiati nel trimestre corrente rispetto al precedente.
La scarsità che arricchisce Micron si traduce in rincari per smartphone, PC e per i consumatori finali.
Ménage à trois
Il mercato globale delle memorie è controllato da tre soli produttori: Micron, Samsung e SK Hynix. È una concentrazione che garantisce potere di prezzo ma che rende anche strutturale qualsiasi collo di bottiglia. E il collo di bottiglia, a sentire chi lo vive dall’interno, non si allargherà presto.
Chey Tae-won, capo di SK Group, la holding che controlla SK Hynix, ha dichiarato questa settimana che la carenza globale di memorie durerà probabilmente altri quattro-cinque anni, a causa di vincoli endemici nella produzione di semiconduttori.
Non è la previsione di un osservatore esterno. È l’ammissione di uno dei tre protagonisti del mercato: la domanda generata dall’IA ha superato la capacità produttiva dell’intero settore, e nessuno riesce a costruire fabbriche abbastanza in fretta.
Micron e la variabile Nvidia
C’è poi un rischio che nessun investimento in nuovi impianti può neutralizzare. Nel segmento HBM, il cliente più importante si chiama Nvidia. Le memorie di Micron, Samsung e SK Hynix servono proprio ad affiancare quei processori nella gestione dei dati.
Micron sta lavorando alla produzione della nuova generazione HBM4. Ma la grande incognita è se Nvidia, per la sua prossima piattaforma Vera Rubin, sceglierà di affidarsi a Micron o di privilegiare i rivali.
Una decisione in un senso o nell’altro diventa così estremamente rilevante, perché in un mercato dove un singolo cliente può spostare miliardi di dollari di ordini, la relazione commerciale con Nvidia vale quanto, se non più, dei risultati trimestrali.
Il caso Micron illumina una tensione strutturale dell’era IA. La domanda di calcolo e di infrastrutture cresce a ritmi senza precedenti, e con essa i ricavi di chi produce i componenti essenziali. Ma per restare nel gioco servono investimenti altrettanto senza precedenti.
Micron ha quasi triplicato i ricavi in un anno. Ma per sostenere questa traiettoria, dovrà spendere oltre 25 miliardi solo quest’anno, e ancora di più il prossimo. Gli investitori lo sanno. E per ora, il conto delle fabbriche pesa più del boom delle vendite.


