Guerra, IA e chip: con l’Iran, niente è più come prima

by | 3 Mar 2026 | IA, Politica

Illustrazione: ChatGPT
Riassunto IA
  • Il Pentagono ha impiegato sistemi di intelligenza artificiale, inclusi quelli di Anthropic, oltre la scadenza del contratto, per supportare gli attacchi militari all’Iran.
  • Per la Cina, la dimostrazione concreta dell’IA in combattimento rafforza la spinta già in corso verso chip nazionali e modelli domestici, trasformando una strategia industriale in una priorità di sicurezza nazionale.
  • L’approccio cinese all’open source accelera la diffusione dei modelli ma apre vulnerabilità sfruttabili da attori ostili, in un contesto in cui nessuna delle contromisure tecniche disponibili è ancora considerata risolutiva.
Tempo di lettura: 3 minuti

Non è più una questione teorica. Gli attacchi militari americani all’Iran hanno impiegato sistemi di intelligenza artificiale per valutazioni di intelligence, identificazione di obiettivi e simulazioni di scenari di battaglia.

Tra i fornitori coinvolti c’è, nonostante tutto, ancora Anthropic, i cui sistemi sono stati usati dal Pentagono anche dopo la conclusione formale del contratto, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.

Un dettaglio, questo, che dice molto su come funziona nei fatti il rapporto tra le grandi aziende IA e l’apparato militare americano.

Il quadro è ormai definito: Google, xAI e OpenAI hanno contratti attivi con il Pentagono per l’impiego dell’IA nell’ecosistema della difesa. Trump ha annunciato l’uscita graduale di Anthropic da questi sistemi (un processo di almeno sei mesi) ma si tratta di una sostituzione, non di un ripensamento.

Le grandi aziende IA americane dunque non sono più attori puramente commerciali. Sono, a tutti gli effetti, parte dell’architettura della difesa nazionale.

“La militarizzazione dell’IA è un campanello d’allarme per l’intera industria”, ha dichiarato William Wei, vicepresidente di WebRAY, azienda cinese di sicurezza informatica. “Sottolinea l’urgenza dell’autosufficienza tecnologica.”

L’Iran e l’accelerazione di Pechino

La Cina non arriva impreparata a questa lettura. La spinta verso chip nazionali e infrastrutture IA domestiche era già in corso, rafforzata dalle restrizioni americane all’export di semiconduttori avanzati.

Ma gli attacchi all’Iran insieme, secondo le fonti citate dalle principali testate internazionali, alla cattura del leader venezuelano Nicolás Maduro grazie all’IA di Anthropic, hanno fornito una dimostrazione concreta di ciò che l’IA applicata agli obiettivi militari può fare. E questo cambia il peso politico dell’argomento.

“Le partnership visibili con il Pentagono forniscono una giustificazione politica più solida per accelerare questo sforzo”, dice Arun Menon di MTN Consulting. Per Pechino, la questione non è più solo industriale o tecnologica. È strategica nel senso più diretto del termine.

I modelli IA americani sono ormai integrati nella macchina da guerra degli Stati Uniti, e qualsiasi dipendenza da fornitori stranieri in settori critici diventa, in questo contesto, un rischio di sicurezza nazionale.

Il Pentagono, secondo quanto riportato dal Financial Times, sta tra l’altro trattando con aziende tecnologiche lo sviluppo di strumenti IA per la scansione automatica di reti elettriche, infrastrutture e sistemi sensibili cinesi.

Una prospettiva che rende ancora più urgente, agli occhi di Pechino, il percorso verso l’autonomia.

Il rischio dell’open source

La risposta cinese passa, tra le altre cose, per una scelta che distingue nettamente il suo approccio da quello americano: l’apertura dei modelli.

I principali sviluppatori di IA cinesi hanno reso disponibili codice sorgente e pesi dei modelli a chiunque voglia usarli, modificarli o distribuirli. Una strategia che accelera la diffusione e l’adozione, espande l’ecosistema e riduce le barriere d’ingresso.

Ma questa apertura ha un rovescio. “L’accesso pubblico può aiutare i ricercatori onesti a testare un modello e migliorarne la sicurezza”, spiega Sherman Chow, professore associato alla Chinese University of Hong Kong. “Ma offre agli aggressori la stessa possibilità di studiarlo, rimuovere le salvaguardie e usarlo per attacchi di phishing, truffe e contenuti falsi, a costi molto più bassi.”

Esistono strumenti tecnici per mitigare questi rischi (watermarking dei modelli, verifica della provenienza, sistemi di apprendimento automatico per la tutela della privacy) ma, come ammette lo stesso Chow, “nessuno è una soluzione definitiva.”

Il punto non è che i modelli aperti siano intrinsecamente pericolosi. È che la scelta tra apertura e controllo centralizzato riflette priorità strategiche diverse. I modelli chiusi facilitano il controllo nelle applicazioni commerciali e militari; quelli aperti puntano sull’espansione dell’ecosistema.

Nessun modello è neutro

La parata militare cinese dello scorso settembre aveva già mostrato droni, carri armati e sistemi subacquei guidati da algoritmi di IA. Gli Stati Uniti hanno risposto (o forse anticipato) con un uso operativo sui campi di battaglia.

La dipendenza della Cina dagli Stati Uniti non è diretta, Pechino non affida le sue infrastrutture critiche a modelli sviluppati a San Francisco. Ma i semiconduttori avanzati necessari per addestrare e far girare modelli IA di frontiera restano in gran parte americani o prodotti con tecnologie sotto controllo americano. È lì che la vulnerabilità è concreta.

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Siamo, nei fatti, dentro una corsa agli armamenti tecnologici in cui i confini tra settore civile e militare si assottigliano ogni giorno di più.

Per le aziende e i governi che si trovano a scegliere da quali infrastrutture dipendere, la domanda non è più solo di prestazioni o costi. È di fiducia. E la fiducia, in un ecosistema dove i fornitori IA sono parte dell’apparato militare dei loro paesi di origine, è diventata una variabile impossibile da ignorare.

Fonti: South China Morning Post

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