Il 2025 sarà ricordato come l’anno del grande esodo silenzioso. Mentre le mega-aziende tecnologiche hanno guidato i guadagni record del mercato azionario statunitense, cavalcando l’euforia per l’intelligenza artificiale, i loro fondatori, CEO e amministratori hanno ritirato dal tavolo oltre 16 miliardi di dollari in vendite insider.
Un paradosso che racconta molto più di semplici strategie di diversificazione patrimoniale: è il termometro della reale fiducia di chi guida l’industria tech nel rally che loro stessi contribuiscono ad alimentare.
I dati, tracciati da Washington Service attraverso i filing obbligatori presentati fino al 30 dicembre, restituiscono un quadro chiaro: quasi tutti i top insider seller hanno utilizzato piani di trading 10b5-1, strumenti che segnalano in anticipo l’intenzione di vendere e che, almeno sulla carta, garantiscono trasparenza al mercato.
Jeff Bezos e l’arte della liquidazione strategica
La vendita più consistente porta la firma di Jeff Bezos, che ha scaricato 25 milioni di azioni Amazon tra giugno e luglio, incassando 5,7 miliardi di dollari.
Il timing è interessante: le vendite sono iniziate lo stesso weekend del suo matrimonio a Venezia con Lauren Sanchez, ma soprattutto si sono consumate sotto un piano pre-organizzato che ha permesso al terzo uomo più ricco del mondo di portare il totale delle sue liquidazioni dal 2002 a oltre 50 miliardi di dollari.
Bezos ha da tempo diversificato i suoi interessi oltre l’e-commerce che lo ha reso miliardario, e i proventi delle vendite alimentano regolarmente la sua impresa spaziale Blue Origin.
È la strategia del fondatore-visionario che mantiene il controllo simbolico mentre trasforma quote azionarie in capitale liquido per nuove scommesse.
Safra Catz e il modello dell’executive non-founder
Se Bezos rappresenta l’archetipo del fondatore che diversifica, Safra Catz incarna il profilo opposto: l’executive non-founder che liquida sistematicamente.
L’ex CEO di Oracle ha venduto 12,5 milioni di azioni per un valore di 2,5 miliardi di dollari nel 2025, esercitando stock option basate sulle prestazioni mentre il titolo toccava nuovi massimi. Il contrasto con il fondatore Larry Ellison, il cui patrimonio di oltre 200 miliardi resta quasi interamente legato a Oracle, è lampante.
Catz mantiene una posizione minima di 1,1 milioni di azioni e, dopo essersi dimessa a settembre da un ruolo di CEO durato 11 anni, ha assunto la carica di vice presidente del consiglio.
Il suo patrimonio personale ammonta a circa 3,5 miliardi di dollari, costruito non sulla visione imprenditoriale ma sull’esecuzione manageriale. È recentemente entrata nel board di Paramount Skydance, gestita da David Ellison, figlio del suo ex capo, confermando un modus operandi basato sulla liquidità immediata piuttosto che sulla fedeltà azionaria di lungo periodo.
Michael Dell: vendere miliardi mantenendo il controllo
Michael Dell ha venduto oltre 2,2 miliardi di dollari in azioni della sua Dell Technologies nel 2025, attraverso due grandi transazioni a giugno e ottobre. A differenza di molti colleghi, Dell opera spesso senza utilizzare piani 10b5-1, vendendo quindi grossi blocchi miliardari con tempistiche più discrezionali.
Dal lancio dell’azienda di computer con sede a Round Rock, Texas, ha liquidato complessivamente oltre 13 miliardi di dollari, eppure mantiene ancora circa il 40% della società. È la quadratura del cerchio del fondatore-controllante: incassare liquidità massiccia senza mai perdere davvero le redini.
A dicembre Dell e sua moglie Susan hanno annunciato una donazione di 6,25 miliardi di dollari per lanciare i cosiddetti “Trump Accounts” destinati a 25 milioni di bambini americani, una mossa filantropica che potrebbe attingere proprio ai proventi di queste vendite.
Jensen Huang vende mentre Nvidia diventa la prima azienda da 5 trilioni
Il caso di Jensen Huang è forse il più emblematico del paradosso 2025. Il CEO di Nvidia ha venduto 6 milioni di azioni incassando oltre 1 miliardo di dollari, mentre l’azienda che guida diventava prima la prima società al mondo da 4 trilioni di dollari a luglio, poi da 5 trilioni a ottobre.
Quando Huang aveva presentato il piano di vendita, stimava di incassare circa 865 milioni, ma la marcia inarrestabile del titolo ha gonfiato il bottino oltre il miliardo.
Nvidia è il simbolo per eccellenza del rally AI, eppure il suo leader ha ritenuto opportuno alleggerire la posizione. Huang ha anche donato oltre 300 milioni a un fondo consigliato dai donatori e alla sua fondazione, che fatica a tenere il passo con la crescita del titolo e dovrà raddoppiare le donazioni nel 2026.
Jayshree Ullal, la CEO non-founder miliardaria
Jayshree Ullal ha guidato Arista Networks a massimi storici nel 2025, con il titolo dell’azienda specializzata in soluzioni di networking per data center e cloud computing salito del 50% fino a ottobre, prima di chiudere l’anno a +19%. Le sue vendite azionarie hanno stabilito un record personale: oltre 975 milioni di dollari scaricati in autunno.
Arista Networks fornisce switch e software per le infrastrutture di rete ad alte prestazioni, un settore che ha beneficiato enormemente della corsa all’AI, dato che i data center necessari per addestrare i modelli di intelligenza artificiale richiedono proprio questo tipo di apparecchiature.
Nonostante questa liquidazione massiccia, la maggior parte del suo patrimonio da 6,1 miliardi resta legata alla partecipazione del 2,4% nell’azienda. Ullal rappresenta una rarità nel panorama tech: una CEO non-founder tra le donne più ricche del mondo, una delle quattro miliardarie legate ad Arista Networks.
Il suo caso dimostra come anche chi non ha fondato l’azienda possa costruire fortune a dieci cifre, ma anche come la tentazione di concretizzare guadagni sia forte quando le valutazioni toccano livelli storici.
Zuckerberg tra filantropia programmata e vendite strategiche
Mark Zuckerberg ha chiuso il 2025 con vendite per quasi 945 milioni di dollari, operate attraverso la Chan Zuckerberg Initiative e la fondazione associata.
Meta ha terminato l’anno con un +13% spinto dall’abbraccio all’AI, e il fondatore ha ribadito l’intenzione di donare il 99% delle sue azioni nel corso della vita. Mantiene comunque una partecipazione del 13% nell’azienda che ha co-fondato, un patrimonio stimato in oltre 200 miliardi di dollari.
È stato un anno tumultuoso per la sua filantropia, segnato però anche da licenziamenti, riorganizzazioni e dalla rottura con un gruppo pro-immigrazione che aveva contribuito a fondare.
Le vendite di Zuckerberg seguono una logica filantropica dichiarata ma si inseriscono perfettamente nel trend generale: incassare mentre il mercato celebra l’intelligenza artificiale.
Gli altri: un trend sistemico
Il fenomeno non si ferma ai grandi nomi. Max de Groen, amministratore di Nutanix che rappresenta Bain Capital, ha supervisionato vendite per 830 milioni dopo che la società di investimento aveva dichiarato di non voler vendere le azioni ricevute dalla conversione di una nota.
Frank Slootman, ex CEO di Snowflake ritiratosi nel 2024, ha liquidato 757 milioni mantenendo la carica di presidente. Nikesh Arora di Palo Alto Networks ha venduto 738 milioni con cadenza mensile attraverso un piano 10b5-1. Baiju Bhatt, co-fondatore di Robinhood, ha incassato 725 milioni mentre il suo patrimonio oscillava tra 8,9 e 6,7 miliardi nel corso dell’anno.
Sono tutti tasselli di un mosaico che racconta la stessa storia: l’élite tecnologica vende, sistematicamente e massicciamente, proprio mentre il mercato scommette sul futuro dell’AI che queste stesse aziende stanno costruendo.
Fonte: Bloomberg


