La patrimoniale della California che spinge i miliardari all’addio

da | 30 Dic 2025 | Business

Peter Thiel. | Foto: Wikimedia Commons

L’atmosfera nell’invito era chiara: una festa di Natale a tema britannico, un richiamo neanche troppo velato a quella rivolta contro le tasse che nel 1775 diede il via alla rivoluzione americana.

Ma per Peter Thiel, che ha ospitato l’evento nella sua villa sulle Hollywood Hills, la questione non è stata solo di folclore storico. Tra i brindisi, il tema dominante è stato uno solo: la “Billionaire Tax”.

Ci riferiamo alla proposta referendaria che potrebbe trasformare il Golden State in una gabbia dorata da cui fuggire prima che sia troppo tardi. Non è solo una questione di soldi ma di un cambiamento radicale nel patto tra lo Stato e i suoi cittadini più ricchi.

La California e la “Billionaire Tax”

Al centro della tempesta c’è l’iniziativa del sindacato sanitario S.E.I.U.-U.H.W., una proposta che punta a tassare i residenti con patrimoni superiori al miliardo di dollari per un valore pari al 5% dei loro asset.

Le somme tassate sarebbero vertiginose: per Larry Page, il cui patrimonio netto è stimato in circa 258 miliardi di dollari, si tratterebbe di un versamento una tantum di oltre 12 miliardi. Per Peter Thiel, con una fortuna che si aggira intorno ai 27,5 miliardi, il conto supererebbe 1,2 miliardi.

Suzanne Jimenez, capo dello staff del sindacato, è stata categorica nell’interpretare questa mossa come una necessità sociale: “Abbiamo esaminato come avremmo potuto generare le entrate per sanare questo tipo di buco (nel finanziamento sanitario, ndR), e questo gruppo di persone sembra semplicemente la scelta più logica”. Aggiungendo poi che i miliardari californiani sono, dopotutto, le “persone più fortunate di questo Stato”.

L’ombra della retroattività e il fattore tempo

Ciò che rende la situazione ancora più elettrica è la clausola della retroattività. Se la misura supererà lo scoglio delle firme e otterrà l’approvazione al voto del prossimo novembre, colpirà chiunque risulti residente in California al 1° gennaio 2026. Il che spiega perché la frenesia del trasloco sia scoppiata in queste settimane.

Larry Page, solitamente schivo e lontano dai riflettori, sta già spostando i suoi interessi verso la Florida, seguendo le orme di Thiel che ha già registrato la propria residenza a Miami.

Per questi architetti dell’era digitale, il legame fisico con Palo Alto o Los Angeles sta diventando un rischio finanziario insostenibile, un “processo” di separazione che David Lesperance, consulente fiscale, descrive come una corsa contro il tempo: “Quasi tutti i miei clienti stanno prendendo provvedimenti il più rapidamente possibile sia per recidere la residenza in California sia per spostare i propri asset fuori dallo Stato”.

Un divario che scuote l’America

Il dibattito sulla patrimoniale si inserisce in una ferita sociale sempre più aperta. I dati del Congressional Budget Office raccontano un’America profondamente spaccata: in un arco di 33 anni, la disuguaglianza è cresciuta al punto che il 10% più ricco delle famiglie detiene circa il 69% della ricchezza totale, mentre il 50% più povero deve accontentarsi di un misero 3%.

È in questa forbice che s’inserisce la narrativa del sindacato, che stima di poter raccogliere fino a 100 miliardi di dollari da appena 200 individui.

Eppure, il pragmatismo politico frena gli entusiasmi: lo stesso Governatore Gavin Newsom, nonostante le pressioni progressiste, si oppone fermamente. Sa che un esodo dei grandi capitali potrebbe significare una perdita strutturale di entrate fiscali nel lungo termine, trasformando un guadagno immediato in un lento declino.

L’esodo dei talenti e la nuova geografia tech

Il rischio, come sottolineato dall’investitore Chamath Palihapitiya, è che la California perda il suo asset più prezioso: la capacità di attrarre chi costruisce il futuro. “L’esito inevitabile sarà un esodo degli imprenditori più talentuosi dello Stato che possono e sceglieranno di costruire le proprie aziende in Stati meno regressivi”, ha avvertito.

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Se la California è stata per decenni l’incubatrice globale dell’innovazione, oggi l’incertezza normativa spinge i suoi pionieri a cercare rifugio in Texas o in Florida.

Per i miliardari della Valley, la scelta è tra restare a finanziare il welfare dello Stato che li ha visti nascere o staccare definitivamente la spina, trasformando il sogno californiano in un ricordo fiscale troppo costoso da mantenere.

Fonte: The New York Times

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