L’IA spinge Oracle verso il peggior trimestre dal 2001

da | 29 Dic 2025 | Business

Larry Ellison. | Foto: Hartmann Studios/Wikimedia Commons
Tempo di lettura: 2 minuti

Col piano tracciato lo scorso ottobre, Oracle ha deciso di riscrivere la propria identità. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: passare dai 57 miliardi di dollari di ricavi dell’esercizio 2025 a 225 miliardi entro il 2030.

Una traiettoria che sposta l’azienda fuori dal perimetro rassicurante del software enterprise venduto con margini elevati, e che la proietta al centro della nuova corsa all’infrastruttura per l’intelligenza artificiale, con le GPU di Nvidia come fulcro tecnologico.

È un cambio di passo netto, che rompe con decenni di posizionamento che potremmo definire difensivo e che punta tutto su una crescita accelerata, definita internamente come “hypergrowth”. Ma è anche una scommessa che modifica radicalmente il profilo economico del gruppo.

Margini sotto pressione e cassa negativa

L’espansione sull’IA non è certo gratuita. Il core software di Oracle, storicamente, garantiva margini elevatissimi: nel 2021 il margine lordo era al 77%.

Le proiezioni indicano però un calo progressivo fino a circa il 49% nel 2030, con un periodo prolungato di free cash flow negativo che potrebbe superare complessivamente i 34 miliardi di dollari prima di tornare in territorio positivo nel 2029.

È questo l’elemento che inquieta una parte del mercato. “Quattro o cinque anni sono un periodo lungo”, ha detto Eric Lynch. “Non rientra nella nostra disciplina di investimento”.

Il messaggio è chiaro: la promessa di crescita futura chiede agli investitori di tollerare un orizzonte di ritorni economici molto più distanti rispetto al passato.

OpenAI, motore della crescita e ragione di fragilità

Al centro della strategia di Larry Ellison c’è OpenAI, partner industriale ma anche fonte di rischio concentrato. Secondo alcune stime, potrebbe arrivare a generare oltre un terzo dei ricavi di Oracle entro il 2029.

Un contributo enorme, che però lega il destino della società a un attore che sta bruciando cassa rapidamente e che ha già messo sul tavolo impegni superiori a 1.400 miliardi di dollari per infrastrutture e investimenti sull’IA.

“La domanda ci sarà davvero da parte di OpenAI?” si chiede Lynch. È una domanda che pesa più dei numeri, perché introduce un tema di dipendenza strategica: se il ritmo di spesa dovesse rallentare, l’intero castello di crescita rischierebbe di incrinarsi.

Oracle e la credibilità nel cloud

Secondo Michael Turrin di Wells Fargo, il mercato potrebbe ricredersi se Oracle dimostrasse di saper mantenere le promesse. “Stanno passando da un business orientato al valore a uno orientato alla crescita”, ha detto.

Ma perché questa trasformazione sia credibile, Oracle deve colmare un ritardo strutturale nel cloud infrastrutturale, dove oggi resta alle spalle di Amazon, Microsoft e Google, nonostante clienti di primo piano come Meta, Uber e xAI.

Il segnale più evidente arriva dall’ecosistema: Databricks e Snowflake non hanno ancora portato i loro servizi sul cloud Oracle. “Succederà quando i clienti inizieranno a bussare alla mia porta», ha detto il CEO di Databricks Ali Ghodsi. «Per ora non è successo”.

È qui che si gioca la partita decisiva. Se Oracle riuscirà davvero a consegnare alcuni dei più grandi cluster di addestramento al mondo, come sostiene Turrin, allora il mercato potrebbe iniziare a guardarla con occhi diversi. Non più come un inseguitore nel cloud, ma come un attore affidabile nella nuova infrastruttura globale dell’IA.

Fonte: CNBC

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