La lista è rimasta nascosta dove nessuno avrebbe dovuto guardare: nel codice sorgente del sito di Dialog, l’organizzazione fondata da Peter Thiel e Auren Hoffman che dal 2006 riunisce, a porte chiuse, pezzi importanti del potere politico, tecnologico, finanziario e mediatico.
A trovarla per primo, secondo il Guardian, è stato un hacktivist su Bluesky. Poi la fotografia della pagina è finita anche su Internet Archive, dove il giornale britannico ha potuto verificarne il contenuto.
Dentro c’erano nomi pesanti: Elon Musk, Jared Kushner, Scott Bessent, Ted Cruz, Greg Brockman di OpenAI, Eric Schmidt, Neal Mohan di YouTube, Joe Lonsdale di Palantir, opinionisti del New York Times, funzionari stranieri e figure vicine all’amministrazione Trump.
Wired ha raccontato anche un secondo livello della fuga di dati: non solo la directory generale, ma una lista di registrazione per il ritiro Dialog del 2026, previsto dal 12 al 16 agosto in una località vicino a Dublino. In quella lista compaiono 222 persone, con indicazioni sullo status di ciascun registrato e sul tipo di partecipazione, comprese le categorie “active member” e “guest”. Il dato è importante perché mostra un’organizzazione ancora pienamente operativa, non soltanto una rete emersa da archivi del passato.
Dialog viene spesso accostata a incontri riservati come Bilderberg o Bohemian Grove: appuntamenti a invito, organizzati in luoghi di lusso, dove persone molto influenti discutono di politica, economia, tecnologia e affari internazionali. In sé, il fatto che manager, politici, investitori e intellettuali si incontrino lontano dalle telecamere non ha nulla di sorprendente.
Quando nella stessa stanza si ritrovano potere finanziario, tecnologico e politico, il tema non è vietare quegli incontri, ma capire quanta influenza possa formarsi lontano dallo sguardo pubblico.
È lì che il caso Dialog diventa rilevante. Non perché provi decisioni prese in segreto, ma perché rende visibile un pezzo di potere che di solito resta fuori campo.
La directory di Dialog
Il primo punto da chiarire è anche il più importante. La lista non permette di dire che tutte le persone presenti siano membri attivi di Dialog, né che abbiano partecipato agli stessi eventi o con lo stesso livello di coinvolgimento. Il Guardian lo sottolinea più volte: non è chiaro quando i nomi siano stati aggiunti, in quale veste e in quali circostanze.
La lista vista da Wired per il ritiro 2026 aggiunge però un elemento ulteriore: in quel caso i registrati vengono classificati con categorie interne, tra cui “active member” e “guest”. Anche questo non trasforma automaticamente ogni nome in un partecipante stabile o in un decisore dentro Dialog, ma rende più concreta la struttura dell’organizzazione e il modo in cui distingue i suoi invitati.
Alcuni hanno preso nettamente le distanze. Il governatore democratico del Colorado Jared Polis ha fatto sapere, tramite il suo portavoce, di non essere membro dell’organizzazione e di non sapere perché il suo nome fosse associato a Dialog. Anche Cory Booker ha negato un coinvolgimento attuale, spiegando che l’eventuale presenza risalirebbe a quando, da sindaco, partecipava spesso a conferenze e incontri pubblici.
Kaja Kallas, vicepresidente della Commissione europea ed ex prima ministra estone, ha fatto sapere tramite il suo portavoce di non essere membro del gruppo e di non avere intenzione di partecipare all’evento previsto in Irlanda. Altri hanno scelto una linea diversa. Il generale in pensione Stanley McChrystal ha confermato di aver partecipato a due eventi Dialog circa dieci anni fa, ma ha escluso che questo costituisse una vera membership.
La sua lettura è favorevole: incontri di questo tipo, ha spiegato, permettono a persone di orientamenti diversi di parlare liberamente, senza la pressione dello scrutinio pubblico e senza il rischio che ogni parola venga immediatamente trasformata in polemica.
La lettura di Wedel
La visione opposta arriva da Janine Wedel, co-direttrice del Corruption, Networks, and Transnational Crime Research Center della George Mason University e studiosa delle élite del potere. Per Wedel, il punto non è immaginare complotti ma osservare dove si formano le agende.
Incontri come Dialog mettono nella stessa stanza potere finanziario, tecnologico e politico, e consentono a un gruppo ristretto di persone di plasmare opinioni e orientamenti lontano da qualsiasi forma di controllo pubblico.
La sua critica è semplice e molto concreta. Parlare off the record può essere utile per chi partecipa, ma le conseguenze di quelle conversazioni possono riguardare anche chi resta fuori dalla stanza.
Wedel definisce questi forum un problema democratico perché riuniscono persone che già occupano posizioni di enorme influenza e permettono loro di rafforzare relazioni, idee e priorità senza che cittadini, elettori o opinione pubblica possano vedere davvero che cosa avviene.
È qui che il caso Dialog diventa interessante per chi segue la tecnologia. Non perché la lista dimostri decisioni prese in segreto. Questo non emerge. Conta piuttosto la fotografia d’insieme: la Silicon Valley non è più soltanto un settore industriale, ma un ambiente politico e culturale che parla direttamente con governi, media, investitori e fondazioni.
Thiel, Musk, OpenAI, YouTube, Palantir, ex funzionari pubblici e figure vicine a Trump compaiono nello stesso perimetro. E questo basta a raccontare quanto sia cambiato il baricentro del potere americano.
Thiel, la destra tech e le ossessioni della Silicon Valley
Peter Thiel è uno dei personaggi più influenti e controversi della tecnologia americana. Cofondatore di PayPal, fondatore di Palantir e primo grande investitore esterno di Facebook, negli ultimi anni è diventato anche uno dei riferimenti della destra tech statunitense. Ha sostenuto JD Vance, mantiene rapporti stretti con l’area trumpiana e ha contribuito a finanziare campagne repubblicane.
La lista di Dialog riflette bene questo intreccio. Accanto a Thiel compaiono Elon Musk, Jared Kushner, Scott Bessent, Joe Lonsdale, Greg Brockman, Jason Kwon, Neal Mohan ed Eric Schmidt.
Ci sono manager, investitori, politici, giornalisti, opinionisti, diplomatici e figure legate agli apparati pubblici. È una mappa di relazioni, non una prova di appartenenza compatta. Ma una mappa, a volte, dice molto.
Il programma del ritiro 2026 raccontato da Wired aggiunge un altro dettaglio rivelatore. Le sessioni previste spaziano tra geopolitica, guerra, tecnologia, vita privata e costruzione del consenso. I titoli citati sono “Money (Does?) Buy Happiness”, “Bring Back Nuclear”, “Navigating WWIII”, “Battlefield Technologies”, “How’s Your Sex Life?”, “Build-a-Cult” e “Build-a-Party”.
Presi uno per uno, sembrano quasi caricature di un certo immaginario della Silicon Valley: soldi, energia nucleare, terza guerra mondiale, tecnologie da campo di battaglia, sesso, culto e costruzione di un partito. Messi dentro un ritiro riservato che raccoglie politici, investitori, dirigenti tech e figure legate agli apparati pubblici, diventano invece una traccia concreta delle ossessioni che attraversano quel mondo.
Nel perimetro di Dialog compare anche Simone Collins. Secondo il Guardian, Collins è stata per un periodo managing director dell’organizzazione ed è una delle figure più note del movimento pronatalista americano insieme al marito Malcolm.
Ci siamo già occupati di quel mondo raccontando la nuova eugenetica della Silicon Valley: selezione embrionale, test genetici, aziende biotech, investitori tech e l’idea che il futuro della società passi anche dal controllo sempre più spinto della riproduzione.
Dialog non va trasformata in un club del pronatalismo, ma la presenza di Collins mostra quanto spesso, in certi ambienti, le stesse reti tocchino tecnologia, politica, biologia, capitale e visioni radicali sul futuro.
Il potere preferisce le porte chiuse
C’è anche un’ironia molto concreta nella fuga di dati. Un’organizzazione costruita sulla riservatezza ha lasciato esposte informazioni sensibili nel proprio sito. Secondo Wired, i registri erano conservati in Airtable e includevano, per ciascun partecipante, biografia, città, status, eventi frequentati e token di accesso privati, cioè credenziali che Wired ha scelto di non pubblicare.
Non solo. I 222 registrati al ritiro 2026 avrebbero usato indirizzi personali o aziendali, non email governative. Questo dettaglio è rilevante perché colloca quelle comunicazioni fuori dai normali sistemi istituzionali soggetti alle richieste di accesso agli atti pubblici. Anche qui il punto non è trasformare ogni scelta logistica in una prova di opacità intenzionale, ma mostrare quanto poco sia ricostruibile dall’esterno il funzionamento di questi circuiti.
Nel testo del Guardian compare anche Jeffrey Epstein. Le email rese pubbliche dalla commissione di controllo della Camera mostrano che Auren Hoffman invitò Epstein al ritiro Dialog del 2014, insieme ad altre figure di primo piano. Non è noto se Epstein abbia partecipato.
È un dettaglio pesante ma non regge da solo il pezzo. Trasformare Dialog in un nuovo caso Epstein sposterebbe l’attenzione dal punto più solido: la tendenza delle élite economiche, tecnologiche e politiche a costruire spazi propri, riservati, opachi, dove incontrarsi senza rendere conto a nessuno.
McChrystal vede in questi incontri una possibile cura alla polarizzazione. Wedel vede invece il luogo in cui il potere rafforza se stesso. Entrambe le letture meritano spazio, perché descrivono lo stesso oggetto da due lati diversi: da una parte la necessità di parlare senza il rumore dei social e dei media, dall’altra il rischio che le decisioni culturali e politiche prendano forma in stanze dove il pubblico entra solo quando qualcuno sbaglia a configurare un sito web.
Dialog, in fondo, conferma una cosa molto semplice: il potere tech ama presentarsi come innovazione, apertura e futuro, ma quando deve parlare davvero preferisce ancora il vecchio metodo. Una lista chiusa, un invito riservato, un hotel lontano dai riflettori e una conversazione a cui il pubblico non assiste.
Fonte: The Guardian, Wired


