Il documento più imbarazzante per OpenAI non è un bilancio né un contratto. È il diario privato di Greg Brockman, presidente e co-fondatore dell’azienda, emerso durante la fase di discovery pre-processuale, ovvero quella procedura che obbliga le parti a consegnare alla controparte qualsiasi documento rilevante, anche il più riservato.
L’avvocato di Elon Musk, Steven Molo, ne ha estratto le pagine più compromettenti e le ha lette ad alta voce in un tribunale federale di Oakland, California, davanti a una giuria.
Le annotazioni risalgono al 2017, nel pieno della lotta interna per il controllo di OpenAI. In una di queste, Brockman scriveva: “Non riesco a vedere come trasformare questo in una for-profit senza una brutta battaglia. La storia di Elon sarà, correttamente, che alla fine non siamo stati onesti con lui riguardo al voler ancora fare una for-profit, solo senza di lui”. In un’altra nota poi aggiunge: “Sarebbe sbagliato rubargli il non-profit. Sarebbe piuttosto moralmente fallimentare”.
Brockman ha difeso quelle parole davanti alla giuria definendole “un’espressione di frustrazione e non un piano”. Ha aggiunto che ha sempre “anteposto la missione a tutto il resto”, ammettendo però che “una motivazione secondaria è certamente la remunerazione”.
È una distinzione sottile, che Molo ha fatto di tutto per rendere irrilevante.
Brockman: 30 miliardi senza aver mai investito un dollaro
Il punto più iforte della giornata è stato non nelle parole del diario ma in un numero. Brockman non ha mai investito denaro in OpenAI eppure oggi detiene una partecipazione del valore di circa 30 miliardi di dollari. Molo ha chiesto esplicitamente se OpenAI avesse mantenuto la propria “superiorità morale” permettendo a Brockman di accumulare una quota simile. La domanda non richiedeva risposta: era già una sentenza.
Brockman ha replicato che quella cifra riflette il “sangue, sudore e lacrime” profusi insieme a Sam Altman per portare l’azienda a una valutazione di 852 miliardi di dollari, e che il ramo non-profit ha beneficiato di questa crescita con risorse per oltre 150 miliardi.
Molo ha allora chiesto se fosse disposto a donare 29 miliardi al non-profit, tenendo solo il miliardo con cui, in un’annotazione del 2017, aveva scritto di sentirsi “a posto”. “Non so come rispondere a questo”, ha detto Brockman.
A rendere il quadro più complicato, è emerso anche un’email del 2015 in cui Brockman prometteva una donazione personale di 100.000 dollari a OpenAI, contributo che non è mai stato effettuato. Brockman ha dichiarato di aver aspettato che Altman gli dicesse quando versarla, aggiungendo di essere ancora disposto a farlo oggi. Nove anni dopo.
Il 2017: Musk, Tesla e il bivio
Per capire le annotazioni del diario, occorre ricostruire il contesto. Nel 2017 Musk stava spingendo per ottenere il controllo totale di OpenAI o, in alternativa, per fonderla con Tesla. I co-fondatori rifiutarono entrambe le opzioni.
Fu in quel momento che Brockman scrisse la frase più citata dall’accusa: “Questa è l’unica possibilità che abbiamo per uscire da Elon. Finanziariamente, cosa mi porterà a un miliardo di dollari?”.
Davanti alla giuria, Brockman ha inquadrato quella domanda come la riflessione di chi si trova a un bivio: continuare con Musk o cambiare direzione. “C’era un bivio. Accettiamo le condizioni di Elon?”.
Nel controinterrogatorio condotto dall’avvocato di OpenAI, ha anche rivelato che fu Musk stesso, mentre lasciava l’organizzazione, a dire che avrebbe costruito un concorrente a Google nella corsa all’AGI e che l’avrebbe fatto in Tesla. “Per quanto ne sa, Tesla è mai stata un non-profit?” ha chiesto l’avvocata. “No”, ha risposto Brockman.
Prima della sua testimonianza, la giuria aveva ascoltato Stuart Russell, professore di informatica a Berkeley e una delle voci più autorevoli nel campo della sicurezza dell’IA. Russell ha avvertito che la prima azienda a sviluppare l’AGI otterrebbe un vantaggio tale da poter controllare “la maggior parte dell’attività economica del pianeta”, con i governi che diventerebbero “subordinati” a queste aziende. È una prospettiva che ridimensiona la disputa tra ex soci e la ricolloca in una cornice molto più grande.
Microsoft e la posta in gioco
Il weekend prima dell’inizio del processo, Musk ha inviato un messaggio a Brockman per sondare la disponibilità a un accordo. Quando Brockman ha proposto che entrambe le parti rinunciassero alle proprie pretese, la risposta è stata: “Entro la fine di questa settimana, tu e Sam sarete gli uomini più odiati d’America. Se insisti, così sarà.”
La causa, come abbiamo già scritto, chiede 150 miliardi di dollari di danni, la rimozione di Altman dal consiglio e lo smantellamento della struttura for-profit adottata da OpenAI l’anno scorso. Ovvero quella stessa struttura che oggi punta a una quotazione in borsa nell’ordine dei mille miliardi.
Nel mirino c’è anche Microsoft, azionista al 27% con una quota da 135 miliardi, accusata di “favoreggiamento” nella condotta contestata.
Il processo è destinato a durare ancora a lungo e, ovviamente, vi terremo aggiornati.
Fonti: Financial Times, New York Times


