Palantir chiude il 2025 con risultati finanziari stellari: ricavi in crescita del 56% a 4,5 miliardi di dollari, profitti più che triplicati a 1,6 miliardi, e previsioni per il 2026 che puntano a un ulteriore balzo del 61% superando i 7,2 miliardi.
La crescita è trainata dai contratti con il governo statunitense, aumentati del 66% nel quarto trimestre, e dall’esplosione del segmento commerciale americano, schizzato del 137% nello stesso periodo.
Ma dietro questi numeri si nasconde una tensione crescente: mentre gli Stati Uniti abbracciano gli strumenti di Palantir, l’Europa li respinge con sempre maggiore determinazione.
La retorica costituzionale e il paradosso della sorveglianza
Nella lettera agli azionisti che accompagna i risultati finanziari, l’amministratore delegato Alex Karp ha articolato una difesa paradossale del business dell’azienda. Il software di Palantir, sostiene, è capace non solo di prevenire attacchi terroristici ma anche di “prevenire un’intrusione incostituzionale nella vita privata dei cittadini da parte dello stato”.
La tesi di Karp si basa sull’idea che la tecnologia di Palantir incorpori “capacità di permessi granulari” e “registri di audit funzionali” che garantiscono che “lo stato e i suoi agenti possano vedere solo ciò che dovrebbe essere visto”. In altre parole: uno strumento che rende tecnicamente possibile il controllo delle masse viene presentato come il baluardo contro quello stesso controllo. La sorveglianza come protezione dalla sorveglianza, insomma: alzi la mano chi crede in questa tesi.
Karp ha detto agli investitori che Palantir ha supportato “in maniera critica alcune delle operazioni più interessanti, intricate, insolite in cui il governo USA è stato coinvolto, molte delle quali non possiamo commentare”. Questo lavoro, ha aggiunto, è stato “il punto culminante dell’anno scorso e altamente motivante per tutti noi”.
La contraddizione tra questa retorica della protezione costituzionale e la natura operativa dei sistemi forniti alle agenzie federali, emerge con particolare evidenza guardando ai contratti con Immigration and Customs Enforcement.
ICE, deportazioni e la crescita controversa
Palantir ha ricevuto 81 milioni di dollari in contratti da ICE dal gennaio 2025, secondo l’analisi del Financial Times sui documenti governativi. Il contratto più rilevante, da 30 milioni di dollari siglato ad aprile dell’anno scorso, riguarda lo sviluppo di un sistema per semplificare le “operazioni di selezione e cattura di stranieri illegali”.
Il rapporto dell’azienda con ICE, sia chiaro, non è recente: si estende per oltre un decennio attraverso 46 contratti federali dal 2011, coprendo le amministrazioni di Barack Obama, Joe Biden e Donald Trump. Questa continuità bipartisan sottolinea la natura strutturale del legame, che va ben oltre le contingenze politiche di una singola presidenza.
Come avevamo raccontato, i sistemi di Palantir sono stati utilizzati da ICE per schedare manifestanti pro-migranti e integrare dati da fonti multiple per attività di profilazione.
Le aziende che lavorano con ICE stanno attirando crescente scrutinio pubblico, soprattutto dopo le sparatorie mortali di due cittadini statunitensi in incidenti separati a gennaio che hanno alimentato un’ondata di proteste contro le tattiche aggressive dell’agenzia.
Palantir? L’Europa cerca sovranità
Karp ha ammesso con insolita franchezza l’esistenza di una “vera esitazione” tra i clienti europei nell’adottare gli strumenti di Palantir. I clienti non statunitensi, ha spiegato, mostrano invece una netta preferenza per “prodotti locali”.
I numeri confermano questa frattura transatlantica: il peso dei clienti al di fuori degli Stati Uniti è passato dal 33% delle vendite totali dell’anno precedente al 23% attuale. Non si tratta solo di una questione commerciale, ma di un posizionamento politico che riflette le tensioni più ampie sulla sovranità digitale e la dipendenza europea da fornitori tecnologici americani.
Il caso CapGemini illustra questa dinamica: lo scorso fine settimana, infatti, l’azienda francese ha annunciato la vendita di una piccola unità statunitense che aveva contratti con ICE. Cedendo in questo modo alle pressioni dei legislatori francesi per evitare il contagio reputazionale derivante dall’associazione con le politiche migratorie dell’amministrazione Trump.
Mentre Palantir concentra sempre più la sua strategia sul mercato domestico americano, l’Europa cerca comprensibilmente di costruire alternative che non implichino l’affidamento a sistemi di sorveglianza sviluppati oltreoceano.
Espansione militare, network politico
L’azienda sta ampliando massicciamente la sua presenza nei contratti di difesa: a dicembre ha firmato un accordo da 448 milioni di dollari con la Marina statunitense per sviluppare “ShipOS”, un sistema operativo destinato alle navi da guerra moderne, mentre a luglio aveva concluso un accordo decennale da 10 miliardi di dollari con l’esercito che consolida dozzine di contratti preesistenti.
Parallelamente, Palantir sta commercializzando strumenti di intelligenza artificiale “di livello militare” alle imprese commerciali attraverso la sua piattaforma, con una strategia dual-use che ha generato la crescita esplosiva del segmento business.
Il network politico dell’azienda rimane un asset strategico: il fondatore Peter Thiel è stato uno dei primi sostenitori di Donald Trump e mantiene stretti legami con il vicepresidente JD Vance, che aveva supportato nella corsa al Senato del 2022.
Nonostante i risultati eccezionali, le azioni di Palantir sono scese del 16% dall’inizio dell’anno. Il titolo ha guadagnato il 1.700% negli ultimi tre anni ma Wall Street inizia a interrogarsi sulla sostenibilità di una valutazione considerata stratosferica.
Gli analisti notano che Palantir “rimane prezzata per la perfezione”, il che significa che dovrà continuare a produrre risultati straordinari trimestre dopo trimestre. La dipendenza da contratti governativi sempre più controversi, unita al rigetto europeo e alle crescenti proteste domestiche, pone interrogativi sulla capacità dell’azienda di mantenere questo ritmo di crescita senza dover affrontare pressioni politiche e reputazionali più intense.
Fonti: Financial Times, Reuters


