Wally Liaw, co-fondatore e membro del consiglio di amministrazione di Supermicro, è stato arrestato giovedì dall’FBI con l’accusa di aver orchestrato un sistema di contrabbando di chip Nvidia verso la Cina per un valore complessivo di 2,5 miliardi di dollari.
Con lui sono stati incriminati un dipendente dell’azienda con sede a Taiwan e un collaboratore esterno; un terzo indagato è ancora in fuga.
Il giorno dopo, il titolo Supermicro ha perso il 33% in borsa. L’ufficio del procuratore federale di New York definisce il caso il più grande mai istruito negli Stati Uniti in materia di esportazione illegale di chip per l’intelligenza artificiale.
Supermicro non è imputata come azienda. La società, valutata 18,5 miliardi di dollari, assembla i chip Nvidia in server pronti all’uso per grandi clienti tecnologici statunitensi: non produce semiconduttori, ma li integra in sistemi complessi. È questo ruolo di intermediario industriale che ha reso possibile lo schema.
Liaw si è dimesso dal consiglio di amministrazione. L’azienda ha sospeso i dipendenti coinvolti e interrotto il rapporto con il collaboratore esterno, dichiarando il proprio impegno “nel pieno rispetto di tutte le leggi e i regolamenti applicabili in materia di controllo delle esportazioni”.
Come funzionava lo schema
Il meccanismo era semplice nella sua architettura. Gli imputati si sono serviti di una società con sede nel Sud-Est asiatico come entità di transito: i server venivano spediti da Taiwan verso questa struttura, riconfezionati in scatole anonime per mascherarne il contenuto, e poi inoltrati in Cina attraverso intermediari terzi.
Il sistema è stato pensato per aggirare i controlli sulle esportazioni statunitensi sfruttando la distanza geografica e la moltiplicazione dei passaggi.
Il volume è tutt’altro che marginale. L’entità di transito era diventata uno dei maggiori clienti di Supermicro, e tra la fine di aprile e la metà di maggio 2025 (in meno di due mesi), sono stati dirottati verso la Cina server Nvidia assemblati negli Stati Uniti per un valore superiore a 510 milioni di dollari.
Non è il primo caso di questo tipo: due cittadini cinesi erano stati arrestati a Los Angeles nell’agosto 2024 per operazioni analoghe, e a dicembre le autorità del Texas hanno sequestrato tecnologia Nvidia per 50 milioni di dollari nell’ambito di un’altra indagine sul contrabbando.
La figuraccia di Nvidia
Jensen Huang aveva più volte respinto l’idea che i chip della sua azienda entrassero in Cina su larga scala attraverso canali illegali. Anche di fronte a un’inchiesta del Financial Times che documentava il contrario, il CEO aveva sostenuto l’assenza di prove concrete. L’indagine dell’FBI, condotta su uno dei principali partner commerciali di Nvidia, smonta quella narrativa in modo diretto.
Il tempismo aggiunge un elemento quasi grottesco. Mentre il caso veniva reso pubblico, Nvidia si preparava a ricevere il via libera dall’amministrazione Trump per spedire legalmente in Cina i suoi chip H200 (meno recenti, ma potenti), a seguito di un accordo raggiunto in dicembre.
Da un lato, dunque, abbiamo uno schema illegale da 2,5 miliardi costruito attorno ai chip soggetti a embargo; dall’altro, una trattativa diplomatico-commerciale per riaprire canali ufficiali. Due dinamiche parallele che si sovrappongono sulla stessa tecnologia.
Nvidia ha dichiarato che la “deviazione illegale di computer statunitensi controllati verso la Cina è una scelta perdente sotto ogni aspetto” e che i meccanismi di controllo “sono rigorosi ed efficaci”. Una posizione ora un po’ più difficile da sostenere con la stessa autorevolezza di prima.
Supermicro, il secondo colpo
Per Supermicro questa non è la prima crisi in poco tempo. Nel 2024 l’azienda era finita sotto pressione per uno scandalo contabile che aveva causato ritardi nella pubblicazione dei bilanci e portato alla sostituzione del direttore finanziario.
Un’indagine indipendente aveva escluso frodi ma il danno reputazionale era stato consistente. Ora si aggiunge un’accusa penale che coinvolge direttamente la sua governance, ossia un co-fondatore seduto nel consiglio di amministrazione.
Le dichiarazioni di conformità rilasciate venerdì suonano inevitabilmente deboli nel contesto di un’indagine FBI che descrive un sistema strutturato, con ruoli precisi, società fantasma e riconfezionamento fisico dei prodotti. Il mercato ha già espresso il suo giudizio con il -33% in borsa.
Chi controlla i controllori
Chris McGuire, esperto di tecnologia e sicurezza al Council on Foreign Relations ed ex funzionario di Casa Bianca e Dipartimento di Stato durante l’amministrazione Biden, ha commentato con toni netti: “Questo dimostra che le aziende di chip semplicemente non possono essere lasciate a controllare se stesse”.
La preoccupazione, ha aggiunto, è che un alto dirigente di una grande impresa statunitense stesse “attivamente facilitando, e traendo profitto da, la violazione da parte della Cina dei controlli sulle esportazioni”.
I controlli sulle esportazioni di chip sono uno strumento della politica industriale e di sicurezza nazionale statunitense, costruito nei fatti su un sistema di autodichiarazione e conformità interna che il caso Supermicro mette apertamente in discussione.
Se chi dovrebbe rispettare le regole le aggirava dall’interno, il problema non è solo penale ma strutturale.
Fonte: Financial Times


