Negli Stati Uniti esiste un meccanismo che può letteralmente fermare l’apparato pubblico: lo shutdown. Avviene quando Congresso e Casa Bianca non riescono ad approvare il bilancio federale, e i fondi per le agenzie governative si esauriscono. Migliaia di dipendenti pubblici vengono messi in congedo forzato o continuano a lavorare senza stipendio.
In Italia, dove i servizi pubblici sono garantiti e finanziati dallo Stato anche in caso di crisi politica, una situazione del genere è impensabile. Eppure è ciò che sta accadendo ora oltreoceano: il più lungo shutdown nella storia americana ha superato il suo secondo mese, lasciando senza paga oltre 730.000 lavoratori federali.
I cieli americani sotto stress
Tra i settori più colpiti ci sono i controllori di volo, il cuore pulsante della sicurezza aerea. Secondo quanto riportato da The Daily Beast, molti hanno iniziato a dimettersi “ogni giorno”, come ha denunciato Nick Daniels, presidente della National Air Traffic Controllers Association. “Non avevamo mai visto nulla di simile. E siamo già a corto di 400 controllori, peggio del 2019.”
La causa è una miscela tossica di stress, stanchezza e difficoltà economiche: “Chiamano il datore di lavoro e dicono ‘Non ho benzina oggi. Non posso pagare l’asilo per i miei figli. Posso portarli al lavoro con me?’”, ha aggiunto Daniels.
Le dimissioni stanno aggravando una situazione già fragile: secondo la stessa associazione, oltre il 90% dei centri di controllo del traffico aereo era già sotto organico prima dello shutdown. Ora i turni si sono allungati fino a dieci ore al giorno, sei giorni a settimana. “Chi viene al lavoro, lo fa sfinito,” ha ammesso il segretario ai Trasporti Sean Duffy, citato da The Daily Beast. “Puoi reggere per un paio di settimane, ma poi arrivi al burnout, e questo è ciò che stiamo vedendo.”
Voli cancellati, ritardi record e code interminabili
L’amministrazione Trump ha reagito riducendo del 10% il traffico aereo in 40 aree metropolitane, tra cui New York, Los Angeles e altre grandi città. Ma la decisione non ha risolto la crisi, anzi: come racconta Gizmodo, domenica scorsa circa 5.000 voli sono stati ritardati in un solo giorno.
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All’aeroporto di Los Angeles la media dei ritardi ha superato l’ora, mentre in molti scali i tempi di attesa ai controlli della TSA, l’agenzia per la sicurezza dei trasporti, hanno raggiunto le quattro ore e mezza.
Duffy ha parlato apertamente di “mass chaos”, caos di massa, per descrivere il collasso di un sistema ormai al limite. E gli effetti si moltiplicano: la riduzione del traffico in alcuni scali provoca cancellazioni e ritardi a catena su tutto il territorio. Secondo Daniels, “ogni singolo giorno che questo va avanti, il domani è meno sicuro di oggi”.
Shutdown, una crisi che rischia di allargarsi
Lo shutdown è arrivato in piena stagione di viaggi, a tre settimane dal Giorno del Ringraziamento, il periodo di massimo traffico aereo negli Stati Uniti. Solo lo scorso anno, circa 20 milioni di americani hanno volato nel weekend della festività. L’associazione Airlines for America prevede una stagione da record, ma il rischio di un collasso totale è concreto. “Ci vorranno settimane per riprendersi dagli effetti della chiusura,” ha avvertito Daniels.
Alla base dello stallo politico c’è la disputa tra Democratici e Repubblicani sul bilancio federale: i primi chiedono l’estensione dei sussidi dell’Affordable Care Act, il sistema di assicurazioni sanitarie introdotto durante la presidenza Obama, mentre i secondi si rifiutano di includerla nel budget.
In un Paese dove la sanità non è pubblica ma basata su polizze private, la questione è tutt’altro che secondaria. Ma intanto, i cieli americani restano un simbolo perfetto dello shutdown stesso: un sistema complesso, interdipendente e vitale che, una volta fermato, non si riavvierà facilmente.
Fonte: The Daily Beast, Gizmodo


