La bancarotta di Northvolt è il fallimento europeo nell’elettrico

by | 25 Nov 2024 | Automotive, Politica

Tempo di lettura: 3 minuti

Quella di Northvolt può sembrare una storia di fallimenti come altre ma in realtà è molto più importante, perché è lo specchio dell’autodistruzione del settore dell’automotive avviata da una classe politica disconnessa dalla realtà.

Bruxelles ha infatti imposto con lo forza la transizione verso l’elettrico senza accertarsi prima dell’effettiva esistenza di un mercato che generasse una domanda di EV. E senza accertarsi prima che il Vecchio Continente avesse le infrastrutture per competere con la Cina.

Che da tutta la vicenda sta uscendo solo che rafforzata.

Perché è importante costruire batterie in Europa

La creazione di una produzione europea di batterie per veicoli elettrici è una questione strategica di enorme rilevanza, sia per l’autonomia economica del continente, sia per il suo posizionamento nella transizione energetica globale.

La Cina attualmente domina il settore delle batterie, controllando non solo la produzione ma anche l’accesso alle materie prime necessarie, come il litio e il cobalto.

Questa dipendenza rende l’Europa vulnerabile a interruzioni delle forniture, instabilità nei prezzi e, in ultima analisi, a una perdita di competitività nel mercato dei veicoli elettrici.

Un’industria delle batterie sviluppata sul suolo europeo permette non solo di ridurre questa dipendenza, ma anche di rafforzare l’intero ecosistema industriale legato ai veicoli elettrici, dai produttori di automobili alle aziende tecnologiche.

La sfida, però, non è solo industriale, ma anche geopolitica. La Cina ha costruito la sua leadership investendo in modo massiccio in tecnologie avanzate e sovvenzionando pesantemente il settore. Per competere, l’Europa deve mettere in campo strategie analoghe, garantendo finanziamenti e incentivi alle aziende del settore.

Il fallimento di Northvolt

Un tempo simbolo dell’autonomia europea nel settore delle batterie, Northvolt si trova oggi a fare i conti con una crisi finanziaria che ha costretto la startup svedese a dichiarare bancarotta negli Stati Uniti.

Fondata nel 2016 da Peter Carlsson, ex dirigente Tesla, e un altro ex membro del colosso americano, l’azienda aveva raccolto circa 15 miliardi di dollari tra debiti, equity e sovvenzioni, attirando investitori di spicco come Volkswagen, che ne deteneva il 21% delle azioni.

Tuttavia, nel corso del 2023, il gigante delle batterie ha perso slancio, registrando perdite per 1,2 miliardi di dollari a fronte di entrate di soli 128 milioni.

Arriviamo così ai giorni nostri, con la richiesta di protezione dai creditori attraverso il Chapter 11 negli Stati Uniti. Che non è l’equivalente del nostro fallimento ma che comunque segnala uno stato di forte sofferenza dell’azienda.

Il Chapter 11 è infatti una procedura di ristrutturazione aziendale prevista dalla legge fallimentare statunitense, pensata per permettere a un’azienda in difficoltà economica di continuare a operare mentre riorganizza i propri debiti e attività.

In Italia, una procedura simile potrebbe essere paragonata al concordato preventivo o alla composizione negoziata della crisi, strumenti che consentono all’impresa di evitare il fallimento vero e proprio (cioè la liquidazione giudiziale), ristrutturando il debito e cercando un accordo con i creditori.

Un simbolo in crisi

Northvolt era stata presentata come la migliore speranza europea per competere con i giganti cinesi nel settore delle batterie. Con un portafoglio ordini che aveva raggiunto i 50 miliardi di dollari e ambiziosi piani di espansione in Canada, Germania e Svezia, l’azienda sembrava destinata a un futuro luminoso. Ma l’ottimismo si è scontrato con una realtà ben più dura.

Tra i principali problemi, il ritardo nelle consegne segnalato da clienti come Scania e la decisione di BMW di annullare un contratto da 2 miliardi di dollari hanno messo in evidenza le difficoltà operative della startup. Volvo ha rilevato la partecipazione di Northvolt in una joint venture dopo che l’azienda non è riuscita a rispettare i propri obblighi finanziari.

La crisi ha spinto Northvolt a sospendere l’espansione dello stabilimento principale di Skellefteå, vicino al Circolo Polare Artico, e a cancellare i progetti per una seconda fabbrica in Svezia. La forza lavoro è stata ridotta del 25% e una consociata californiana è stata chiusa.

 Una sfida complessa per l’Occidente

La parabola discendente di Northvolt mette in luce le difficoltà che le aziende occidentali incontrano nel tentativo di affermarsi in un settore dominato dalla Cina. La produzione di batterie richiede investimenti enormi, tempi lunghi e processi industriali altamente complessi.

La startup svedese, che si è avvalsa di macchinari acquistati da fornitori asiatici, ha affrontato difficoltà nell’avvio delle linee produttive, con costi più alti e scarti elevati.

Oltre ai problemi operativi, Northvolt ha affrontato anche questioni di sicurezza: un’esplosione nel suo stabilimento principale nel 2023 ha causato la morte di un operaio, spingendo i procuratori svedesi ad aprire un’indagine.

L’azienda svedese non comunque è sola in questa crisi. Il mercato europeo dei veicoli elettrici ha mostrato segnali di rallentamento, con diversi produttori che stanno riducendo o ritardando i propri progetti.

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