Negli ultimi mesi Microsoft si è trovata al centro di una delle crisi interne più complesse della sua storia recente. Alla base delle tensioni, la guerra a Gaza e i rapporti commerciali con Israele, in particolare la fornitura di servizi cloud e strumenti di intelligenza artificiale all’esercito.
Un gruppo di attivisti interni, riuniti sotto la sigla No Azure for Apartheid, accusa l’azienda di “trarre profitto dalla morte di civili” e ha avviato una campagna che alterna proteste pubbliche a mobilitazioni digitali.
Il colosso di Redmond ha cercato di contenere le agitazioni sospendendo o licenziando i dipendenti più attivi e, come ha rivelato ieri Bloomberg, segnalando email contenenti parole come “Gaza” o cancellando post interni ritenuti troppo divisivi.
Ma le contestazioni non si sono fermate e, anzi, si sono trasformate in uno dei casi più spinosi del settore tecnologico.
Microsoft chiama l’FBI
Del movimento, avevamo già scritto lo scorso aprile. La novità, nonché il fatto più sorprendente, è stato il coinvolgimento dell’FBI.
Microsoft ha infatti chiesto all’agenzia federale di monitorare eventuali manifestazioni pro-Palestina che avessero come obiettivo l’azienda, dopo che alcune interruzioni avevano già fatto scalpore durante degli eventi pubblici. A Redmond, ad esempio, venti attivisti sono stati arrestati per aver bloccato una piazza e contestato i dirigenti aziendali per nome.
La tensione si è alzata ulteriormente in occasione della conferenza annuale degli sviluppatori a Seattle. Temendo nuove azioni di disturbo, Microsoft ha lavorato a stretto contatto con le autorità locali e con la direzione del centro congressi.
Alcune aree pubbliche sono state chiuse, agli ingressi sono stati introdotti controlli di sicurezza paragonabili a quelli aeroportuali e la kefiah o cartelli riconducibili a gruppi attivisti sono stati vietati. Una strategia che, più che prevenire, ha alimentato accuse di repressione.
Brad Smith, presidente dell’azienda, ha ribadito che Microsoft “accoglie la discussione interna” ma “non tollererà attività che interrompano il lavoro o creino disordini”.
“Se stabiliremo che un cliente, qualunque cliente, sta usando la nostra tecnologia in modi che violano i nostri termini di servizio, interverremo”, ha aggiunto riferendosi alle indagini in corso sull’uso dei server Azure da parte dell’esercito israeliano.
Noi qualche dubbio lo abbiamo (e dopo spieghiamo perché) ma, deontologicamente, riportiamo le sue parole.
Una frattura che pesa sull’immagine
Il movimento, sebbene numericamente limitato, ha trovato forme sempre più visibili di espressione. Durante i festeggiamenti per i 50 anni di Microsoft, due giovani donne ingegnere hanno interrotto i discorsi di Mustafa Suleyman e di Satya Nadella, mentre le immagini delle contestazioni facevano il giro del web.
Poco dopo, un altro dipendente, Joe Lopez, ha accusato pubblicamente il CEO di “perpetuare crimini di guerra” durante la Build Conference, venendo licenziato la stessa sera.
Anche fuori dai riflettori, la contestazione si è fatta sentire. Secondo testimonianze raccolte da Bloomberg, quasi tutte le domande più votate per l’assemblea generale dei dipendenti di maggio riguardavano il rapporto con Israele. Ma la direzione ha evitato di affrontare il tema.
E a giugno, durante un evento sponsorizzato da Microsoft alla Seattle University sull’etica nella tecnologia, la sessione di domande e risposte è stata chiusa dopo che la quasi totalità dei commenti verteva sul conflitto in corso.
Il caso Microsoft segna un punto di svolta nell’attivismo dei lavoratori tech. A differenza del passato, in cui i giganti della Silicon Valley riuscivano a gestire proteste sporadiche, oggi l’onda pro-palestinese appare più organizzata e persistente.
Gli attivisti hanno scelto una strategia che punta a rendere visibili le dimissioni di dipendenti scontenti e a mantenere viva la pressione mediatica senza però arrivare a derive violente o a sit-in di massa come quelli che, in Google, avevano portato a decine di licenziamenti.
Microsoft, dal canto suo, sembra voler mantenere una linea di fermezza senza trasformare la vicenda in una purga interna. In alcuni casi ha reintegrato dipendenti sospesi ma la decisione di coinvolgere l’FBI segna un cambio di passo evidente: il conflitto interno viene trattato come un problema di ordine pubblico.
Un cambio di passo difficile, se non impossibile
Resta da capire quale direzione prenderanno le proteste. Chiedere a un colosso come Microsoft di interrompere rapporti con un governo straniero appare senza precedenti, ma il crescente malcontento globale verso le operazioni militari israeliane potrebbe rendere la pressione sempre più difficile da ignorare.
Per l’azienda di Redmond, che per anni ha costruito la propria immagine come attore “ragionevole” dell’industria tecnologica, la battaglia rischia di lasciare un segno profondo. Pensare però che un colosso del calibro di Microsoft o di Google possa davvero interrompere i legami con Israele, ci appare oggi poco più che un’illusione.
Ci sono di mezzo contratti miliardari e un’amministrazione, quella di Trump, che non fa mistero del suo appoggio totale a Tel Aviv. Soprattutto, c’è uno stile presidenziale che mette alla gogna chiunque osi contraddire il pensiero dell’inquilino dello Studio Ovale. Nessun CEO vuole finire trascinato in un teatrino mediatico fatto di tweet, convocazioni alla Casa Bianca e foto di rito da cui si esce solo a capo chino.
È per questo che, per quanto nobili possano essere le intenzioni degli attivisti, il loro obiettivo finale sembra impraticabile. Le loro azioni continueranno forse a scuotere l’opinione pubblica e a imbarazzare i dirigenti, ma difficilmente cambieranno la sostanza: Big Tech resterà al fianco di Israele, e non per convinzione ideologica ma per puro calcolo politico ed economico.


