Circa un anno fa, commentavamo su queste stesse pagine quanto accaduto in casa Google: il licenziamento di ventotto dipendenti dopo una serie di proteste contro Project Nimbus, l’accordo da 1,2 miliardi di dollari con il governo israeliano per fornire infrastrutture cloud, intelligenza artificiale e machine learning.
Il gruppo No Tech for Apartheid, nato proprio in opposizione a quell’accordo, denunciava la complicità delle Big Tech nel rafforzamento delle operazioni militari israeliane, e accusava Google e Amazon di alimentare un sistema di apartheid nei confronti dei palestinesi.
Anche lì, come oggi, la miccia è stata accesa da proteste interne, culminate nell’occupazione dell’ufficio del CEO di Google Cloud, Thomas Kurian. E anche lì, come oggi, la risposta dell’azienda è stata netta: licenziamenti, ammonimenti e chiusura totale al dialogo.
Il cinquantesimo di Microsoft
Ora, a distanza di un anno, è Microsoft a trovarsi al centro di un episodio molto simile.
Durante l’evento celebrativo per il cinquantesimo anniversario dell’azienda, due dipendenti hanno interrotto gli interventi di alcuni dei volti più noti della storia di Redmond, contestando pubblicamente il coinvolgimento di Microsoft con l’esercito israeliano.
La prima a intervenire è stata Ibtihal Aboussad, che ha interrotto un discorso di Mustafa Suleyman, responsabile dell’intelligenza artificiale per i prodotti consumer dell’azienda, accusandolo di ipocrisia.
“Dici di voler usare l’AI per il bene, ma Microsoft vende armi basate su AI all’esercito israeliano. Cinquantamila persone sono morte”, ha urlato di fronte a una platea di migliaia di persone.
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Suleyman ha cercato di mantenere la calma e ha replicato semplicemente: “Ti ascolto, grazie per la tua protesta”.
Qualche minuto più tardi, una seconda protesta ha interrotto la sessione Q&A con Satya Nadella, Bill Gates e Steve Ballmer.
A parlare questa volta è stata Vaniya Agrawal, che come Aboussad fa parte del collettivo No Azure for Apartheid, una costola del movimento già visto in azione contro Project Nimbus, e che chiede a Microsoft di rescindere i contratti con l’esercito israeliano.
I licenziamenti
Entrambe le dipendenti, che lavoravano come ingegneri del software, sono state accompagnate fuori dalla sede dell’evento – un tendone montato in uno dei campi sportivi del campus di Redmond – e hanno perso l’accesso agli account email e interni dell’azienda poco dopo.
Successivamente è arrivata anche la comunicazione ufficiale del licenziamento: per Aboussad con la motivazione di “atti di cattiva condotta”, per Agrawal con un’accettazione anticipata delle dimissioni da lei già presentate.
In un’email interna vista da The Verge, Microsoft ha definito il comportamento di Aboussad “aggressivo, ostile, non provocato e altamente inappropriato”.
L’azienda ha anche espresso preoccupazione per la mancanza di scuse o segni di pentimento da parte della dipendente, accusandola apertamente di aver cercato notorietà e di aver voluto massimizzare l’impatto della protesta durante un evento celebrativo molto atteso.
Dal canto loro, le due protagoniste non hanno mai nascosto il loro attivismo: entrambe facevano parte di un gruppo interno di pressione contro le forniture tecnologiche destinate a Israele, e avevano già invitato centinaia di colleghi a firmare appelli e petizioni per interrompere ogni collaborazione.
Le loro azioni, insomma, non sono state un fulmine a ciel sereno. Non per questo la risposta dell’azienda è stata più morbida.
L’inconciliabilità tra attivismo e Big Tech
Così come un anno fa Google aveva chiuso ogni spiraglio al dialogo con i suoi dipendenti dissidenti, oggi Microsoft fa altrettanto. E ci troviamo di nuovo davanti a un bivio difficile da inquadrare.
Da una parte ci sono i diritti dei lavoratori e la loro libertà – anche morale – di rifiutare attività che considerano contrarie ai propri valori. Dall’altra ci sono aziende che firmano contratti miliardari in un mercato globale sempre più competitivo, dove rinunciare a una fornitura per motivi etici non è mai una scelta indolore.
Soprattutto quando, come nel caso di Project Nimbus o dei contratti con l’IDF, è la clausola stessa a impedire la rescissione unilaterale, anche sotto pressione pubblica.
In questo senso, il caso Microsoft è la conferma di un trend ormai chiaro: il margine di dissenso all’interno delle Big Tech sta diventando sempre più sottile.
La logica del profitto – e delle alleanze strategiche con governi e forze armate – ha infatti la precedenza, perché per quanto queste aziende possano investire in storytelling e relazioni pubbliche, resta il fatto che sono imprese quotate in borsa, mosse da dinamiche finanziarie prima che etiche.
Immaginare che possano rinunciare a commesse miliardarie per ragioni morali è, nei fatti, tanto nobile quanto illusorio. E di questo dovrebbero tener conto gli attivisti più determinati, prima ancora di scegliere dove andare a lavorare.


