Meta arruola il conservatore Robby Starbuck per una “IA senza bias”

by | 9 Ago 2025 | Politica

Tempo di lettura: 3 minuti

Quando la tecnologia incontra la politica, il terreno si fa delicato. Soprattutto di questi tempi.

Lo sa bene Meta, che nelle scorse ore ha chiuso una causa per diffamazione intentata dall’attivista conservatore Robby Starbuck. Il motivo? Il chatbot di intelligenza artificiale dell’azienda aveva affermato, sbagliandosi, che Starbuck aveva partecipato all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e che era legato al movimento QAnon.

L’accordo raggiunto non prevede solo la fine della disputa legale ma anche l’avvio di una collaborazione: Starbuck diventerà consulente di Meta per individuare e rimuovere quello che viene definito bias politico dai sistemi di intelligenza artificiale.

Una mossa che segna un passo insolito per un colosso tecnologico, pronto ad aprire un canale diretto con uno dei suoi critici.

Chi è Robby Starbuck

Robby Starbuck è un regista e attivista politico di origini cubane, noto negli ambienti conservatori statunitensi per le sue campagne contro le politiche aziendali di diversity, equity and inclusion (DEI). Negli ultimi anni ha cercato di convincere grandi marchi a rivedere queste strategie, sostenendo che introducano discriminazioni al contrario e influenze ideologiche indesiderate.

Ex candidato repubblicano al Congresso, Starbuck è diventato una figura di riferimento per una parte della base conservatrice americana, capace di catalizzare l’attenzione dei media e di scatenare campagne social coordinate.

Secondo il racconto di Starbuck, la vicenda è esplosa nell’estate 2024, mentre era impegnato in una campagna di pressione su Harley-Davidson per modificare le sue politiche DEI. In quell’occasione, un concessionario del marchio in Vermont ha pubblicato su X uno screenshot che mostrava, apparentemente, una risposta di Meta AI in cui si affermava che Starbuck fosse presente alla rivolta del Campidoglio e avesse legami con QAnon.

L’attivista ha immediatamente respinto le accuse, annunciando via social: “Meta sentirà parlare dai miei avvocati”. Nei mesi successivi, però, ha dichiarato di aver riscontrato che il chatbot continuava a diffondere le stesse informazioni non verificate.

A quel punto, ha deciso di procedere per vie legali, chiedendo un risarcimento di oltre 5 milioni di dollari.

L’accordo e il nuovo ruolo

La causa si è chiusa con un accordo extragiudiziale i cui termini economici non sono stati resi pubblici. Durante un’intervista a CNBC, Starbuck ha rifiutato di dire se sia stato pagato da Meta, ma ha confermato di aver avviato un confronto diretto con dirigenti e ingegneri dell’azienda.

Al centro delle discussioni, il modo in cui i modelli di IA vengono addestrati e le misure necessarie per ridurre al minimo le distorsioni politiche. “Non vogliamo un futuro in cui l’IA metta il dito sulla bilancia quando si tratta di politica”, ha dichiarato Starbuck, ribadendo l’obiettivo di arrivare a un’intelligenza artificiale etica e neutrale.

Dal canto suo, Meta ha sottolineato di aver compiuto “enormi progressi” nel migliorare l’accuratezza del proprio sistema e nel mitigare il bias ideologico. La società ha aggiunto che continuerà a lavorare per far sì che i suoi modelli siano in grado di comprendere e rappresentare correttamente posizioni diverse su questioni controverse.

Una questione che va oltre il caso singolo

Il caso Starbuck-Meta non è solo un episodio giudiziario: riflette una tensione crescente nel rapporto tra tecnologia, politica e reputazione personale.

I sistemi di IA generativa, capaci di produrre risposte in linguaggio naturale, hanno un potere comunicativo enorme ma proprio per questo possono causare danni considerevoli quando diffondono informazioni non verificate.

La scelta di Meta di coinvolgere direttamente una figura come Starbuck in un ruolo di consulenza rappresenta una strategia inedita per affrontare il problema, ma apre anche a interrogativi sulla governance dell’IA e sul rischio di influenze politiche nei processi di sviluppo tecnologico.

Il dibattito su bias e imparzialità nei sistemi di IA è destinato a crescere, soprattutto in vista delle prossime tornate elettorali e della crescente adozione di chatbot nei social network.

E mentre le aziende cercano di evitare nuove controversie, casi come questo mostrano che la posta in gioco non è solo la credibilità delle piattaforme ma la fiducia stessa del pubblico nei confronti dell’intelligenza artificiale. E di chi, come Meta in questo caso, la orchestra.

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