La guerra di Riot ai cheater, tra tecnologia, psicologia e hardware

da | 4 Mag 2025 | Videogames

Tempo di lettura: 4 minuti

Come molti di voi sapranno, chi scrive ha scritto per quasi trent’anni di videogiochi. Proprio per questo, ogni volta che si imbatte in un articolo dedicato al gaming, sulla sua testa compare l’equivalente editoriale del celebre punto esclamativo che lampeggia sopra Snake in Metal Gear.

Se poi l’articolo lambisce le sponde della sicurezza informatica, tema che abbiamo più volte trattato qui su TechTalking, ed è interessante come quello di TechCrunch, il parlare della lotta di Riot Games al cheating diventa quasi una scelta obbligata.

Cambio di paradigma

Partiamo da un assunto: nei videogiochi i furbi ci sono da sempre. Ricordo ancora come un incubo il torneo di Kick Off, organizzato ere geologiche fa da Pergioco, a Milano. Pur essendo arrivato preparatissimo all’evento, venni subissato di gol pallonettati da centrocampo dal più classico dei ‘bimbiminkia nutellosi’ (la citazione tigiemmiana è d’obbligo), che sapeva come sfruttare un’evidente lacuna dello sportivo di Dino Dini.

Sia chiaro: tecnicamente parlando quello era un exploit e non un cheat, e si parlava di un ambito comunque amatoriale. Ma nel mondo del gaming competitivo, quello da cui possono dipendere soldi e gloria, farsi furbi non è più una suggestione estemporanea, bensì un’industria ben organizzata. E per chi sviluppa videogiochi, combattere i cheat è diventato una questione di sopravvivenza economica e credibilità.

La guerra di Riot Games ai cheat

Riot Games, la casa madre di League of Legends, Valorant e del mai abbastanza apprezzato Legends of Runeterra, ha deciso di rispondere con un sistema anti-cheat tra i più sofisticati al mondo. Si chiama Vanguard ed è un software in grado di accedere alle parti più profonde del sistema operativo del giocatore.

Questa scelta, che non è priva di controversie per via delle implicazioni sulla privacy, consente però di usare strumenti di sicurezza avanzati normalmente impiegati per difendere i computer da malware.

Tra questi, ci sono il TPM (Trusted Platform Module), che verifica l’integrità dell’hardware, e il Secure Boot, che impedisce l’avvio del computer se rileva modifiche sospette.

Vanguard controlla anche i driver che permettono al sistema operativo di comunicare con le componenti hardware: se non sono aggiornati, possono essere sfruttati per barare.

E proprio perché il software gira “a livello kernel”,ossia al livello più profondo del sistema operativo, riesce a bloccare i ‘trucchi’ prima ancora che possano attivarsi.

Cheat per tutti… e per pochi

Nel mercato parallelo dei cheat, esiste una netta distinzione tra i trucchi di massa e quelli di fascia alta.

I primi sono economici, facilmente accessibili e altrettanto facilmente rilevabili: li si scarica, li si usa e, nella maggior parte dei casi, si viene bannati in pochi minuti.

I secondi, invece, sono vere e proprie soluzioni su misura, vendute a cifre che possono superare le migliaia di dollari. Questi cheat “premium” sono pensati per restare invisibili più a lungo e vengono distribuiti solo a una ristrettissima cerchia di utenti selezionati.

Non è una questione di esclusività fine a sé stessa ma una strategia precisa: vendere a pochi riduce il rischio che un infiltrato di Riot possa entrare in possesso del software e neutralizzarlo.

Allo stesso tempo, ci si assicura che l’utente finale non sia uno sprovveduto che, con comportamenti troppo vistosi, potrebbe putare riflettori sul cheat. In gioco, in fondo, c’è la reputazione: chi vende questi strumenti vende anche, e soprattutto, la promessa di essere “indetectable”.

Cheat da migliaia di dollari

Chi pensa ai cheater come a ragazzini che cercano un vantaggio momentaneo, dunque, non ha idea della posta in gioco.

Alcuni sistemi, dicevamo, vengono venduti a pochissimi clienti selezionati, spesso a migliaia di dollari. E non si tratta più solo di software: esistono sistemi “esterni” che utilizzano veri e propri apparati hardware.

Uno dei metodi più sofisticati sfrutta un secondo computer collegato al primo tramite una speciale scheda: tutto ciò che accade nel gioco viene copiato sul secondo PC, sul quale non ‘gira’ Vanguard e dove può il videogioco può essere analizzato per identificare in tempo reale nemici, armi e oggetti anche se nascosti.

A quel punto, un radar visualizza queste informazioni sullo schermo o addirittura le proietta sopra l’immagine del gioco, offrendo un vantaggio enorme.

Un’altra tecnica ancora più avanzata prevede che il secondo computer invii segnali a un piccolo dispositivo fisico collegato al mouse, che reagisce al posto del giocatore: mira, spara, colpisce.

Ciò significa che non è più una persona a giocare ma un insieme di sensori e algoritmi. Il risultato? Prestazioni disumane, che però, a lungo andare, tradiscono il baro: nessun essere umano è così preciso da sembrare un robot.

La trappola dell’adolescenza

Ma chi sono i cheater? Per Phillip Koskinas, capo della divisione anti-cheat di Riot, molti sono adolescenti che cercano un senso di potere o rivalsa attraverso la scorciatoia.

“Torneranno, verranno bannati, e lo faranno ogni weekend per i prossimi due o tre anni… poi, si spera, arriverà la pubertà e metterà fine alla cosa”, ha detto con un sorriso ai microfoni di TechCrunch.

Una battuta che rivela però una realtà: molti barano per immaturità, per noia o per sentirsi forti. Per questo Riot ha scelto un approccio strategico.

Invece di colpirli subito, a volte li lascia agire abbastanza a lungo da indurli a credere di essere al sicuro. E solo allora li banna in massa. In questo modo rallenta il miglioramento dei cheat e rende più difficile la vita a chi li sviluppa.

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La minacci della IA

Tutto questo, naturalmente, ha un prezzo: Vanguard è sempre attivo sul computer, anche quando il gioco non è in esecuzione. Una misura estrema che Riot difende con una certa apertura.

Koskinas ha spiegato che la società sta cercando di essere il più trasparente possibile, pubblicando blog tecnici e dialogando con la stampa. “Non vi diremo cosa c’è sotto il cofano ma vi racconteremo quasi tutto il resto”, ha detto.

In un’epoca in cui anche i videogiochi diventano un’arena professionale, con tornei da milioni di dollari, sponsorizzazioni e carriere, l’integrità del gioco è tutto. E se per difenderla serve una guerra invisibile, Riot ha deciso che vale la pena combatterla, anche a costo di spingersi fin dove nessun altro sviluppatore è ancora arrivato.

Ma il campo di battaglia sta per cambiare ancora. Secondo Koskinas, la vera sfida che si profila all’orizzonte è quella contro l’intelligenza artificiale, già oggi impiegata per riconoscere elementi a schermo e simulare i movimenti dei giocatori.

Con giochi come Valorant, dove i personaggi sono evidenziati da sagome colorate, diventa sempre più semplice per un algoritmo individuare un nemico e impartire l’ordine di sparare.

Bastano una percentuale di colore riconosciuta e un comando automatico: nessun bot, nessun codice invasivo, solo una macchina che osserva e reagisce. È un’evoluzione tanto silenziosa quanto insidiosa, che rischia di rendere i cheat sempre più invisibili e indistinguibili da un giocatore umano.

Riot, per ora, non intende rinunciare al proprio approccio a livello kernel, consapevole che abbassare la guardia significherebbe aprire le porte a exploit ancora più gravi. Ma se l’IA diventerà la nuova arma dei cheater, servirà qualcosa di più di un buon software di sicurezza. Servirà una nuova strategia.

 

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