Switch 2 costerà di più: negli Stati Uniti il prezzo salirà di 50 dollari, arrivando a 499,99 dollari a partire da settembre. In Giappone il rincaro è già operativo a fine mese: da 270 a 324 euro al cambio attuale. Nintendo ha motivato la decisione con costi aggiuntivi stimati in circa 541 milioni di euro, imputabili all’aumento dei prezzi dei componenti, in particolare dei chip di memoria, e all’impatto dei dazi americani sull’elettronica prodotta in Asia.
La notizia arriva insieme ai risultati finanziari annuali, che vedono i profitti in crescita del 27,5%, a circa 1,95 miliardi di euro, ma al di sotto delle attese degli analisti, che si aspettavano un risultato più vicino ai 2,2 miliardi. Per il prossimo esercizio, Nintendo prevede profitti sostanzialmente stabili, intorno ai 2 miliardi di euro.
Le previsioni di vendita, invece, deludono: dopo aver collocato quasi 20 milioni di unità nell’anno appena concluso, la società stima di spedirne soltanto 16,5 milioni nei prossimi dodici mesi. Il mercato si aspettava oltre 23 milioni.
Nintendo sostiene che “rappresenta un livello solido di adozione nel secondo anno dal lancio”, una difesa che suona prudente quanto le previsioni stesse. Vale la pena ricordare che Nintendo ha una storia consolidata di stime conservative che poi sistematicamente supera. Gli analisti lo sanno ma la pressione sui costi questa volta è reale e strutturale, non congiunturale.
Perché i chip di memoria sono diventati così cari
Per capire cosa sta succedendo nel gaming, bisogna guardare altrove: ai data center. La corsa globale all’infrastruttura per l’intelligenza artificiale ha generato una domanda di chip di memoria senza precedenti.
Costruire un grande modello linguistico richiede enormi quantità di memoria ad alta velocità, e i produttori di semiconduttori hanno dirottato capacità produttive verso questo segmento, lasciando meno disponibilità (e prezzi più alti) per l’elettronica di consumo.
Nintendo è particolarmente esposta a questa dinamica per due ragioni. La prima è strutturale: si rivolge a un pubblico più giovane e più sensibile al prezzo rispetto ai concorrenti. Alzare il prezzo della console rischia di rallentare l’adozione, che è il prerequisito per tutto il resto.
La seconda è di modello di business: Nintendo guadagna soprattutto sui giochi, non sull’hardware. Ha quindi bisogno di una base installata ampia per vendere software ad alto margine. Ogni ostacolo all’acquisto della console è un ostacolo all’intero ecosistema.
Gli investitori hanno già fatto loro questa preoccupazione. Da un massimo toccato ad agosto, il titolo Nintendo ha perso circa il 45% del suo valore. Oggi ha recuperato il 3% ma il ‘sentiment’ rimane cauto, anche per quello che viene percepito come un catalogo di giochi ancora non abbastanza ricco per la nuova console.
Sony: stessa pressione, scommessa più lunga
Sony affronta la medesima crisi dei costi, e ha già aumentato il prezzo della PS5 a marzo. Il suo orizzonte strategico però è ancora più incerto.
Il gruppo giapponese ha infatti comunicato previsioni di profitto operativo per l’anno fino a marzo 2027 in crescita dell’11%, a circa 8,6 miliardi di euro, sostanzialmente in linea con le aspettative. La divisione gaming, però, andrà peggio: Sony sta investendo nello sviluppo del successore della PS5 e quegli investimenti pesano sui conti. Le stime degli analisti indicano una spesa di circa 216 milioni di euro solo per la nuova piattaforma.
Il quarto trimestre già concluso racconta una storia più difficile: profitti operativi della divisione in calo del 24% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a circa 884 milioni di euro, penalizzati anche da svalutazioni su acquisizioni pregresse. Tra queste spicca quella da 3,6 miliardi di dollari del 2022 del produttore di videogiochi Bungie, noto per titoli come Halo e Destiny, che non ha prodotto i risultati attesi.
Sony ha anche annunciato un piano di riacquisto di azioni proprie da circa 2,7 miliardi di euro, segnale di fiducia verso il mercato, ma il titolo rimane in calo di oltre il 30% rispetto ai massimi dello scorso anno. La PS6, secondo David Gibson di MST Financial, non arriverà prima del 2028-2029 e i ritardi sui chip di memoria sono una delle cause principali del rinvio.
GTA6 e l’attesa della prossima generazione
Nel breve termine, l’unica variabile capace di cambiare l’equazione per Sony arriva dall’esterno: ci riferiamo a Grand Theft Auto 6, atteso per la fine dell’anno. Serkan Toto, responsabile della società di consulenza Kantan Games, ha definito GTA6 un “catalizzatore davvero importante per la PS5”. Se il gioco riuscisse a trascinare le vendite di console, Sony guadagnerebbe tempo prezioso in attesa della prossima generazione.
Se così non fosse, la pressione per accelerare il lancio della PS6 diventerebbe ancora più forte, in un contesto in cui i componenti necessari per produrla tardano ad arrivare.
L’intelligenza artificiale viene presentata come motore di innovazione trasversale, capace di trasformare ogni industria. Concretamente, però, la sua infrastruttura compete con altri settori per le stesse risorse produttive. Chi costruisce data center e chi costruisce console si contendono i medesimi chip e per ora i primi stanno vincendo. Il gaming, insieme ai suoi utenti, ne paga il conto.
Fonte: Financial Times


