Un algoritmo decide cosa vediamo ogni volta che apriamo un social network. Non per caso: per tenerci incollati allo schermo il più a lungo possibile. È la tesi del senatore del Partito Democratico, Antonio Nicita, che ha presentato ieri a Palazzo Madama un disegno di legge contro la dipendenza da social media.
Ma lo aveva già stabilito, pochi giorni prima, una giuria di Los Angeles condannando Meta e Google per come hanno costruito le loro piattaforme: non per i contenuti che vi circolano, ma per le scelte progettuali che le governano.
Come avevamo raccontato, quel verdetto ha spostato il bersaglio: dalla moderazione dei contenuti all’architettura del sistema. Il ddl italiano pare muoversi nella stessa direzione.
Cosa prevede la proposta sui social
Il disegno di legge, a firma PD, chiede alle piattaforme di cessare la profilazione degli utenti come impostazione predefinita e di garantire una maggiore trasparenza sui criteri con cui gli algoritmi selezionano i contenuti mostrati a ciascun utente.
La responsabilità, nella visione dei proponenti, non sta in questo o quel post: sta nel modo in cui il sistema è progettato. “Il design algoritmico non è un dettaglio tecnico”, recita il testo della proposta. “È una scelta aziendale con delle conseguenze”. È una formulazione che rispecchia quasi alla lettera la teoria giuridica accolta dalla giuria californiana.
Nicita, già componente dell’Agcom, l’autorità italiana per le comunicazioni, si è detto ottimista sulla possibilità di un sostegno trasversale. “Si tratta di una questione bipartisan”, ha dichiarato, sottolineando che “al momento tutti concordano sul divieto di alcune pratiche nei confronti dei minori”.
Il punto vero, ha aggiunto, non sono i contenuti: è il design degli algoritmi.
Due proposte, una maggioranza silenziosa
Dal fronte di governo non è arrivata alcuna risposta immediata, e la coalizione di centrodestra non ha commentato il ddl. La Lega ha però presentato in parallelo una proposta propria: il divieto di accesso ai social per i minori di 14 anni, in linea con misure già adottate o in discussione in Australia, Francia, Spagna e Regno Unito.
Sono due approcci distinti: uno punta sulla responsabilità strutturale delle piattaforme, l’altro su un limite anagrafico. Ma non si escludono e potrebbero convergere in sede parlamentare.
Il contesto europeo
Il ddl italiano si inserisce in un quadro regolatorio europeo già in movimento. Il Digital Services Act impone alle piattaforme di grandi dimensioni obblighi di trasparenza algoritmica e valutazione dei rischi sistemici, inclusi quelli per la salute mentale dei minori.
La Commissione europea sta parallelamente verificando se alcune funzionalità progettate per massimizzare il coinvolgimento degli utenti violino quelle stesse norme. Il verdetto californiano, primo del suo genere, rischia di accelerare questa pressione, offrendo ai regolatori europei un argomento giuridico già validato da una giuria.
Per le piattaforme, la posta in gioco non è un singolo procedimento. Se il design diventa una causa d’azione valida, in tribunale come davanti a un’autorità di regolazione, ogni funzionalità pensata per prolungare il tempo trascorso online diventa una potenziale passività. In Italia come altrove, la battaglia si sta spostatando su un altro piano.
Fonte: Reuters


