L’azienda cinese punta sull’impilamento verticale dei circuiti per aggirare le restrizioni americane sulle tecnologie di produzione. La strategia LogicFolding potrebbe ribaltare la logica su cui si fonda il controllo tecnologico di Washington.
He Tingbo è salita sul palco dell’IEEE International Symposium on Circuits and Systems con un tono che non ha lasciato spazio all’ambiguità: “Prima dell’inverno di quest’anno, faremo una sorpresa”.
Nei circoli tecnologici cinesi la chiamano la “chip queen”, dopo vent’anni alla guida della divisione semiconduttori di Huawei, quasi sempre nell’ombra. Ora ha scelto di uscire allo scoperto per annunciare qualcosa che, se confermata nei fatti, cambierebbe le regole del gioco nella rivalità tecnologica tra Washington e Pechino.
L’annuncio riguarda la Tau Scaling Law, un nuovo principio per lo sviluppo dei chip che Huawei dice di applicare da sei anni, e che punta a portare i propri semiconduttori a una densità di transistor equivalente a un processo produttivo da 1,4 nanometri entro il 2031.
È la frontiera verso cui stanno convergendo i grandi produttori mondiali (TSMC, Intel) usando macchinari di ASML, l’azienda olandese i cui sistemi di litografia avanzata sono bloccati all’export verso la Cina per decisione americana. Huawei dice di poterci arrivare lo stesso, per un’altra strada.
La fine della Legge di Moore come punto di partenza
La risposta di Huawei si chiama Tau Scaling Law, dove τ (tau) indica il tempo. Invece di stipare più transistor in uno spazio sempre più piccolo, il principio sposta il focus sulla velocità con cui i segnali e i dati si muovono all’interno dei chip e tra i sistemi di calcolo. Meno latenza, più efficienza.
La prima applicazione concreta è l’architettura LogicFolding, che combina due interventi: accorcia i percorsi di cablaggio interni al chip e impila verticalmente più strati di circuiti all’interno di un singolo componente, riducendo la distanza che i segnali devono percorrere. I Kirin previsti per il prossimo autunno saranno i primi a montarla.
“Quello che Huawei propone è uno spostamento dallo scaling tradizionale guidato dal nodo tecnologico allo scaling dell’efficienza a livello di sistema”, ha spiegato He Hui, direttrice della ricerca sui semiconduttori di Omdia.
“Invece di dipendere solo da transistor più piccoli, l’azienda si concentra sulla riduzione delle interconnessioni, sulla diminuzione della latenza e sul miglioramento del movimento dei dati all’interno del chip. È un approccio credibile per estrarre più prestazioni quando la litografia avanzata è vincolata”.
Vent’anni nell’ombra, poi la lista nera
He Tingbo è entrata in Huawei nel 1996 come ingegnere. Nel 2003 le è stata affidata la guida dello sviluppo dei chip con un budget annuale di 400 milioni di dollari.
Per quasi due decenni ha lavorato lontano dai riflettori. Poi, nel maggio 2019, Washington ha inserito Huawei nella lista nera del Dipartimento del Commercio, tagliando l’azienda dall’accesso alle tecnologie americane di chip, software, macchinari.
He Tingbo ha scritto una nota interna rimasta famosa: HiSilicon, la divisione chip di Huawei, aveva preparato piani di riserva per anni proprio in vista di un momento del genere.
Quello che è seguito è stato descritto dalla stessa azienda come un periodo di “extreme survival mode”. Un progetto segreto, guidato da He Tingbo, è diventato il cuore della strategia di sopravvivenza.
Il risultato più visibile è arrivato nel 2023 con il lancio dei Mate 60 Pro, uno smartphone con capacità 5G alimentati da chip prodotti da SMIC, il principale produttore cinese di semiconduttori, con tecnologia a 7 nanometri. Un ritorno a sorpresa che ha mostrato al mercato che Huawei non era finita.
L’annuncio di oggi è il secondo capitolo. E stavolta il segnale politico è ancora più esplicito: il laboratorio di ricerca fondamentale sui chip di Huawei, fino a poche settimane fa praticamente sconosciuto al pubblico, è apparso per la prima volta sulla televisione di Stato cinese, durante la visita del fondatore Ren Zhengfei al vicepremier Ding Xuexiang. Pechino vuole che il mondo sappia cosa sta costruendo.
Huawei nel cuore della strategia cinese
Huawei non è più solo un’azienda di telecomunicazioni sotto pressione. È diventata il perno attorno a cui Pechino sta costruendo la propria autonomia tecnologica nel settore dei semiconduttori e dell’IA.
I chip Ascend della serie attuale alimentano già i principali modelli cinesi di intelligenza artificiale, incluso DeepSeek V4, lanciato il mese scorso e considerato tra i più avanzati sviluppati in Cina. La roadmap è già definita: Ascend 950 nel 2026, 960 nel 2027, 970 nel 2028, in parallelo con i lanci di Nvidia e AMD.
Proprio Nvidia è lo specchio in cui leggere la portata di questo cambiamento. Il 21 maggio, quattro giorni prima dell’annuncio di He Tingbo, il CEO Jensen Huang ha detto a CNBC senza giri di parole: “Huawei è molto, molto forte. Ha avuto un anno record e probabilmente avrà un anno straordinario”.
“Il loro ecosistema locale di aziende di chip sta andando molto bene”, ha proseguito, “perché noi abbiamo evacuato quel mercato. Abbiamo ceduto in larga misura quel mercato a loro”.
La Cina rappresentava almeno il 20% delle entrate di Nvidia nel segmento data center. Ora, non più.
Tra annuncio e produzione di massa
Tutto questo, però, va letto con la cautela che l’annuncio stesso impone. Huawei non ha fornito benchmark indipendenti sulle prestazioni dei chip sviluppati con la Tau Scaling Law. L’obiettivo dei 1,4 nm equivalenti entro il 2031 è una roadmap, non un risultato.
E le sfide tecniche restano aperte: l’impilamento verticale dei circuiti genera problemi di surriscaldamento e richiede un software molto più complesso per coordinare i diversi strati.
Solo nell’ultimo anno, secondo fonti vicine all’azienda, Huawei ha ottenuto risultati più stabili con il nuovo approccio. La validazione su larga scala, con data center e fornitori di attrezzature, è ancora in là a venire.
He Tingbo lo sa. E la frase con cui ha chiuso il suo ragionamento è forse quella più rivelatrice dell’intero discorso: “Pensavo che ci volessero dieci anni. In sei anni siamo qui”. Non è un traguardo, insomma, ma un punto di partenza.
Fonti: Wall Street Journal, Reuters, South China Morning Post


