La Commissione Europea ha inflitto a Google una multa da 2,95 miliardi di euro, pari a quasi 3,5 miliardi di dollari, accusando l’azienda di abuso di posizione dominante nel settore dell’ad-tech.
Si tratta di una decisione storica, la seconda più pesante mai comminata da Bruxelles in materia di concorrenza dopo quella del 2018, che mette nel mirino uno dei segmenti più delicati del colosso di Mountain View. Ossia, le tecnologie pubblicitarie che regolano l’acquisto e la vendita di spazi digitali.
L’annuncio non è arrivato a cuor leggero. Secondo fonti vicine al dossier, i funzionari antitrust europei hanno dovuto superare le resistenze interne del commissario al commercio, preoccupato per le ripercussioni sui negoziati transatlantici.
Solo dopo settimane di valutazioni e aggiustamenti procedurali, Bruxelles ha scelto di andare avanti, sottolineando che la priorità resta “l’interesse europeo”.
La multa è solo una frazione dei ricavi
Il cuore dell’accusa riguarda il modo in cui Google avrebbe favorito la propria piattaforma di aste pubblicitarie, penalizzando editori e inserzionisti.
La Commissione ha imposto all’azienda di proporre entro 60 giorni soluzioni concrete per risolvere “conflitti di interesse intrinseci”, lasciando intendere che potrebbe essere necessario arrivare a disinvestimenti strutturali.
La cifra, imponente, serve a marcare un punto politico oltre che giuridico. Eppure, se rapportata ai numeri di Alphabet, la sanzione assume un peso relativo.
Il business dell’ad-tech rappresenta infatti circa il 10% dei 71 miliardi di dollari che Google ha incassato nel secondo trimestre dai soli ricavi pubblicitari. Una quota minoritaria ma sufficiente a mantenere l’attività come uno dei pilastri del suo ecosistema digitale.
La reazione di trump e il rischio di escalation
A Washington, la notizia ha immediatamente acceso la miccia politica. Il presidente Trump ha bollato la decisione europea come “molto ingiusta” e ha minacciato di avviare un’indagine commerciale ai sensi della Sezione 301, lo strumento legale con cui gli Stati Uniti possono imporre dazi o altre ritorsioni.
“Oggi l’Europa ha ‘colpito’ un’altra grande azienda americana, Google, con una multa da 3,5 miliardi di dollari, prendendo di fatto soldi che altrimenti sarebbero andati a investimenti e posti di lavoro negli Stati Uniti”, ha scritto Trump su Truth Social. “La mia Amministrazione NON permetterà che queste azioni discriminatorie vadano avanti”.
Il presidente ha poi esteso il paragone ad altri casi: “Apple, per esempio, è stata costretta a pagare una multa da 17 miliardi di dollari che, a mio avviso, non avrebbe mai dovuto essere imposta — dovrebbero restituire quei soldi!”.
E non si è fermato lì. In un secondo post ha rincarato la dose, ricordando che “Google ha anche pagato, in passato, 13 miliardi di dollari per false accuse e contestazioni, per un totale di 16,5 miliardi di dollari. Quanto è folle tutto ciò? L’Unione Europea deve smettere IMMEDIATAMENTE questa pratica contro le aziende americane!”.
I precedenti giudiziari di Google negli Stati Uniti
Lo scontro con Bruxelles si intreccia coi fronti aperti anche in patria. Ad aprile, un giudice federale statunitense ha stabilito che Google ha costruito un monopolio nell’advertising online, mentre a maggio il Dipartimento di Giustizia ha chiesto la cessione di due divisioni per ripristinare condizioni di concorrenza.
Questi procedimenti si aggiungono al caso separato sul browser Chrome, dove la Giustizia americana ha scelto una linea più morbida, evitando lo scenario estremo della scissione.
Una vicenda che abbiamo già approfondito e che mostra come, su entrambe le sponde dell’Atlantico, la pressione regolatoria sul gigante di Mountain View sia ormai costante.
Trump e la retorica dei contribuenti
Al di là di come andrà realmente a finire, ciò che ci colpisce della vicenda è la costruzione narrativa di Trump. Il presidente americano sta infatti portando la disputa su un piano collettivo, evocando i “contribuenti americani” come vittime indirette di una decisione che, in realtà, colpisce un’azienda privata.
È un artificio retorico: collegare le multe europee a una presunta sottrazione di ricchezza nazionale, trasformando la difesa di Google in una battaglia patriottica.
Nella sua logica, i miliardi che Bruxelles sottrae a Google sono miliardi che non finiscono in investimenti e occupazione negli Stati Uniti. Una semplificazione potente, pensata per galvanizzare l’opinione pubblica interna e rafforzare l’idea che l’Europa si arricchisca a spese dell’ingegno americano.
Un messaggio chiaro, diretto e di grande efficacia politica, che segna l’inizio di un nuovo capitolo nello scontro transatlantico sul futuro delle Big Tech. E sui rapporti commerciali tra l’Europa e gli Stati Uniti.


