L’Europa si prepara a una decisione che potrebbe pesare come un macigno sulle relazioni con Washington.
Sul tavolo della Commissione europea c’è infatti il dossier X, la piattaforma di Elon Musk accusata di aver violato il Digital Services Act (DSA), la legge del 2022 che disciplina la gestione dei contenuti illegali online.
Una maxi-multa è considerata imminente ma le tempistiche e la portata del provvedimento potrebbero determinare il futuro stesso dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea, ancora in fase di definizione.
Il contesto è già teso. Bruxelles non ha ceduto alle pressioni statunitensi durante le trattative, mantenendo intatti i principi delle proprie normative digitali.
Ma questi stessi principi sono diventati bersaglio diretto del presidente Donald Trump e dei suoi alleati nell’industria tecnologica, che accusano le regole europee di essere “disegnate per danneggiare o discriminare la tecnologia americana”.
Amnesty punta il dito e l’Europa prende tempo
Ad accendere i riflettori è arrivato pochi giorni fa il rapporto di Amnesty International, che denuncia come X abbia contribuito alla diffusione di contenuti omofobi e transfobici in Polonia.
Un’accusa che, se confermata, rientrerebbe a pieno titolo nelle violazioni previste dal DSA, con la prospettiva di una sanzione fino al 6% dei ricavi globali. Considerando che nel 2024 X ha registrato un fatturato di 2,7 miliardi di dollari, la multa potrebbe aggirarsi attorno ai 160 milioni.
La Commissione europea, però, finora ha temporeggiato. Una multa infatti era attesa già in estate ma l’azione è stata rinviata durante i delicati negoziati commerciali con Washington.
Una mossa che lascia trasparire tutta la difficoltà di Bruxelles: da un lato ribadire il proprio ruolo di autoproclamato regolatore globale, dall’altro non fornire a Trump un pretesto immediato per alzare ulteriormente i dazi.
Trump rilancia la sfida sulle regole digitali
La Casa Bianca nel frattempo non è rimasta a guardare. Trump ha già minacciato nuovi dazi e restrizioni all’export verso i Paesi che applicano regole digitali penalizzanti per le aziende statunitensi.
In un recente post su Truth, il presidente ha fatto esplicitamente riferimento a “Digital Services Legislation and Digital Markets Regulations”, lasciando intendere che nel mirino ci siano proprio le due grandi leggi dell’Europa: il Digital Services Act e il Digital Markets Act, quest’ultimo dedicato all’antitrust.
Alla campagna si è aggiunto Andrew Ferguson, presidente della Federal Trade Commission, che ha invitato le big tech americane a non piegarsi alle regole di Bruxelles né all’Online Safety Act britannico.
“I consumatori americani non si aspettano ragionevolmente di essere censurati per compiacere una potenza straniera”, ha scritto, trasformando quello che era un confronto tecnico in una battaglia di sovranità.
L’Europa, tra fermezza e calcolo politico
La Commissione europea, da parte sua, respinge ogni accusa di discriminazione, ribadendo che chi opera nel mercato unico deve rispettarne le regole.
Secondo i regolatori, piattaforme come X hanno l’obbligo di adottare “misure adeguate” per mitigare l’odio online e garantire trasparenza sugli algoritmi. Ma il rinvio della decisione dimostra quanto la politica stia influenzando l’applicazione concreta della legge.
Il dilemma per Bruxelles è chiaro: colpire Musk adesso significherebbe ribadire la centralità delle regole europee ma anche rischiare di mandare a monte l’accordo commerciale con gli Stati Uniti, già minacciato dalle uscite di Trump.
Rimandare ancora, invece, potrebbe minare la credibilità stessa dell’Europa come regolatore globale, lasciando intendere che le sue leggi siano negoziabili di fronte alle pressioni americane.
In questo scenario, X diventa più di una piattaforma social: è il campo di battaglia su cui si giocano la sovranità digitale europea, la credibilità geopolitica di Bruxelles e i rapporti economici con Washington.
Una partita che vale molto più di una multa, perché tocca l’equilibrio di potere tra le due sponde dell’Atlantico.


