L’amministrazione Trump ha aperto un nuovo fronte di scontro con Bruxelles: secondo quanto riportato da Reuters, la Casa Bianca sta valutando l’imposizione di sanzioni personali contro i funzionari dell’Unione Europea e degli Stati membri che si occupano di implementare il Digital Services Act (DSA).
Sarebbe un passo senza precedenti, perché andrebbe oltre la consueta dialettica commerciale e colpirebbe direttamente rappresentanti istituzionali, utilizzando come leva la politica dei visti.
Un’azione di questo tipo segnerebbe anche un salto di livello nello scontro con l’Europa: non si tratterebbe più di minacce di dazi o di accuse di concorrenza sleale, ma di misure punitive rivolte a persone fisiche, con l’obiettivo di colpire chi materialmente applica la nuova normativa digitale europea.
La strategia di Trump contro l’Europa
Quanto appena riportato non è un episodio isolato ma il tassello di una strategia che l’amministrazione americana porta avanti da mesi.
Già a febbraio, infatti, il presidente Trump aveva ordinato al suo responsabile commerciale di riattivare indagini per imporre tariffe sui Paesi che applicano tasse digitali alle aziende statunitensi.
Poche settimane dopo, il segretario di Stato Marco Rubio aveva minacciato divieti ai visti dei funzionari stranieri accusati di “censurare” la libertà di parola degli americani.
Ad agosto, Reuters ha rivelato (citando un cablogramma interno del Dipartimento di Stato), che Washington ha dato istruzioni ai suoi diplomatici in Europa di avviare una vera e propria campagna di lobbying per cercare di convincere governi e autorità digitali a modificare o addirittura abrogare il DSA.
È il segnale di una pressione diplomatica sistematica, che oggi si concretizza nella prospettiva di sanzioni personali.
La linea di Trump: libertà di espressione come arma politica
Il cuore della contestazione americana riguarda ufficialmente la libertà di espressione. Washington accusa l’Unione Europea di usare il Digital Services Act come un meccanismo di censura mascherata, che ostacolerebbe la diffusione di opinioni conservatrici.
Non a caso, negli ultimi mesi la Casa Bianca ha più volte preso posizione non solo contro Bruxelles ma anche contro governi europei (e non) accusati di reprimere forze politiche di destra.
Gli Stati Uniti hanno ad esempio imposto sanzioni a un giudice della Corte Suprema brasiliana che stava seguendo il processo all’ex presidente Jair Bolsonaro, alleato di Trump, accusandolo di autorizzare detenzioni arbitrarie e di soffocare la libertà di espressione.
Il vicepresidente JD Vance, a febbraio, ha invece accusato i governi europei di censurare i partiti di destra come l’AfD tedesca, parlando di “arretramento democratico”. Funzionari americani hanno anche denunciato la “soppressione” dei leader conservatori anche in Romania e Francia, accusando l’Europa di censurare opinioni critiche sull’immigrazione.
È un’ingerenza diretta nella politica interna di Paesi alleati, che rompe con la tradizionale linea diplomatica statunitense improntata alla promozione dei diritti umani e della democrazia in senso ampio.
Ma c’è anche una questione puramente economica: il DSA impone infatti costi aggiuntivi e rischi di multe miliardarie per le big tech statunitensi che non rispettino i suoi dettami.
La normativa europea, infatti, obbliga le piattaforme con oltre 45 milioni di utenti a dotarsi di sistemi avanzati di monitoraggio dei contenuti, con sanzioni che possono arrivare fino al 6% del fatturato annuo globale in caso di violazioni.
La risposta di Bruxelles
Di fronte alle accuse, la Commissione Europea respinge le critiche definendole “completamente infondate”. “La libertà di espressione è un diritto fondamentale nell’UE. È al cuore del DSA”, ha ribadito un portavoce, sottolineando come la normativa obblighi le piattaforme digitali a contrastare contenuti illegali, dall’hate speech al materiale sugli abusi sessuali sui minori, tutelando al contempo i diritti degli utenti.
Dietro lo scontro si legge una diversa visione del rapporto tra piattaforme digitali, libertà di espressione e responsabilità sociale. L’Europa rivendica il principio per cui la libertà di parola non può essere un lasciapassare per la disinformazione o l’incitamento all’odio, mentre Washington, almeno nella linea ufficiale trumpiana, accusa Bruxelles di voler zittire le voci scomode.
Tariffe, sanzioni e la minaccia sui chip
Il braccio di ferro si gioca anche sul terreno commerciale. Nel suo post su Truth che abbiamo pubblicato all’inizio di questo articolo, Trump rilancia la minaccia di nuovi dazi contro i Paesi che introducono tasse digitali.
“Con questa TRUTH metto in guardia tutti i Paesi con tasse digitali, legislazioni, regole o regolamenti: se queste azioni discriminatorie non verranno eliminate, io, come presidente degli Stati Uniti, imporrò dazi addizionali sostanziali sulle esportazioni di quel Paese verso gli USA e restrizioni all’export delle nostre tecnologie e chip altamente protetti”.
Il messaggio è chiaro: lo scontro non riguarda solo la libertà di espressione ma tocca direttamente gli interessi economici e strategici, dal mercato digitale alla supremazia tecnologica americana. E rischia di trasformarsi in un conflitto strutturale tra le due sponde dell’Atlantico, proprio poche settimane dopo che la von der Leyen ha accettato i controversi dazi americani al 15%.
Una scelta che aveva già fatto discutere, con diversi osservatori a sottolineare il rischio che concessioni di questo tipo possano incoraggiare Washington a spingersi oltre, approfittando di una percezione di debolezza da parte europea. Cosa questa che si sta puntualmente verificando.


