Uber, l’azienda che ha costruito una parte della propria fortuna mettendo in discussione il modello dei taxi tradizionali e scontrandosi per anni con i sindacati, oggi si ritrova inaspettatamente dalla loro stessa parte.
In diversi Stati americani sta infatti sostenendo, insieme alle organizzazioni dei lavoratori, regole che rallentino l’arrivo dei robotaxi. Andrew Macdonald, presidente di Uber, ha riconosciuto che la posizione può “sembrare ironica”.
“Quando Uber è stata lanciata ci siamo concentrati intensamente sulla crescita”, ha dichiarato al Financial Times. “Credevamo, correttamente, di stare costruendo qualcosa di valore, ma non ci siamo confrontati abbastanza con le conseguenze per la società”, ha aggiunto.
La preoccupazione per il lavoro è reale: secondo un documento pubblicato dalla stessa Uber, a Los Angeles e San Francisco i guadagni degli autisti sono già diminuiti là dov’è arrivata la concorrenza dei robotaxi di Waymo. Ma dietro la nuova alleanza c’è anche un interesse industriale molto concreto.
Il rischio di essere tagliata fuori
Uber ha costruito il proprio modello mettendo in contatto attraverso l’app i passeggeri con una vasta rete di conducenti, senza dover possedere direttamente le automobili. Con i robotaxi, però, questo equilibrio può cambiare.
Waymo sviluppa la tecnologia autonoma, gestisce le auto e può vendere direttamente le corse ai passeggeri attraverso la propria app. Se questo modello riuscisse ad affermarsi su larga scala, Uber rischierebbe semplicemente di essere tagliata fuori.
Per questo l’azienda punta su un futuro diverso: tanti operatori di robotaxi, le cui vetture possano essere aggregate all’interno dell’app Uber insieme alle auto con conducente.
Per una società di guida autonoma che non disponga di una grande base di clienti, Uber potrebbe diventare allora il modo più semplice per riempire le proprie vetture. Waymo rappresenta invece il concorrente più pericoloso proprio perché può cercarsi i passeggeri da sola.
Uber vuole un mercato frammentato
La strategia spiega anche perché Uber, dopo aver venduto nel 2020 per 4 miliardi di dollari (circa 3,45 miliardi di euro) la propria divisione dedicata alla guida autonoma, abbia ricominciato a investire pesantemente nel settore, senza però ricostruirla.
L’azienda ha impegnato oltre 10 miliardi di dollari nell’acquisto di veicoli e negli investimenti in diverse società che sviluppano tecnologie autonome. I robotaxi rappresentano ancora meno dello 0,5% delle corse effettuate attraverso Uber ma l’amministratore delegato, Dara Khosrowshahi, ha già parlato di un’opportunità potenziale da mille miliardi di dollari.
Secondo un ex alto dirigente citato dal Financial Times, sostenere molti operatori diversi serve a “frammentare il mercato”. Se nessuna società riuscisse a dominare contemporaneamente tecnologia, flotta e rapporto diretto con i passeggeri, Uber potrebbe conservare il proprio ruolo di aggregatore. “L’obiettivo di Uber è sopravvivere alla transizione”, ha sintetizzato l’ex dirigente.
Le reti ibride aiutano gli autisti (e Uber)
È in tale contesto che vanno lette le cosiddette “reti ibride” sostenute dall’azienda. Uber chiede che le piattaforme di mobilità continuino a combinare robotaxi e conducenti umani, invece di permettere una sostituzione rapida degli uni con gli altri.
In New Jersey i lobbisti di Uber hanno proposto che, durante un programma pilota di tre anni, qualsiasi piattaforma che offra robotaxi debba continuare ad affidare almeno l’85% delle corse a conducenti umani.
Uber si è schierata con i sindacati anche contro una proposta di legge sui veicoli autonomi a Washington DC. In circa una mezza dozzina di Stati americani, inoltre, le norme sulla guida autonoma si sono arenate quest’anno soprattutto per le preoccupazioni legate al lavoro.
Un’alleanza fragile
I sindacati, però, non sembrano essersi dimenticati della storia di Uber. “In alcuni posti ci siamo ritrovati dalla stessa parte”, ha spiegato Manny Pastreich, presidente di 32BJ, organizzazione sindacale di New York che rappresenta anche gli autisti. Questa pressione, sostiene, è riuscita almeno a rallentare i passaggi successivi nell’introduzione dei veicoli autonomi.
Pastreich osserva però che Uber non ha mostrato la stessa determinazione negli oltre 20 Stati, tra cui California, Nevada e Texas, nei quali i robotaxi hanno incontrato meno resistenze. “Quando Uber, per le proprie ragioni strategiche, si oppone all’introduzione, ce lo prendiamo”, ha spiegato. “Farò affidamento su questo? No. Non lo farò”.
E le contraddizioni non mancano. Proprio mentre Uber sostiene la necessità di gestire con cautela l’impatto dei robotaxi sull’occupazione, Khosrowshahi ha annunciato il taglio di circa 3.300 posti di lavoro, pari al 10% della forza lavoro globale di Uber.
I due fatti non hanno un rapporto causale ma rendono ancora più evidente quanto la nuova difesa degli autisti coincida con una precisa necessità strategica: fare in modo che la rivoluzione dei robotaxi non finisca per eliminare dal mercato proprio l’azienda che ha rivoluzionato quello dei taxi.
Fonte: Financial Times


