Durante una recente audizione al Senato degli Stati Uniti, Waymo ha ammesso che i suoi robotaxi non sono così autonomi come la retorica aziendale lascia intendere.
Mauricio Peña, responsabile della sicurezza dell’azienda controllata da Alphabet, ha confermato che quando i veicoli incontrano situazioni insolite, il controllo viene trasferito a conducenti remoti. Molti di questi operatori non lavorano negli Stati Uniti, ma dalle Filippine e da altri paesi.
L’ammissione smonta la narrazione dell’autonomia completa e riporta al centro una realtà scomoda: dietro i sistemi di intelligenza artificiale presentati come rivoluzionari c’è ancora una certa dipendenza dal lavoro umano, spesso sottopagato e delocalizzato.
La testimonianza di Waymo non è un caso isolato ma l’ennesima conferma di un pattern industriale consolidato. L’IA si regge su una struttura ibrida in cui l’intervento umano rimane indispensabile, pur restando invisibile agli utenti finali. E il modello economico è sempre lo stesso: esternalizzare la supervisione verso paesi dove il costo del lavoro è inferiore, mantenendo però intatta la narrazione di un sistema “completamente automatizzato”.
Amazon aveva fatto la stessa cosa con Just Walk Out, la tecnologia per i negozi senza casse che in realtà si affidava a lavoratori in India per monitorare gli acquisti. Presto Automation, startup dei drive-thru automatici per fast-food, utilizzava operatori filippini per gestire gli ordini. Persino ChatGPT, simbolo della nuova ondata di IA generativa, ha costruito le sue capacità grazie a migliaia di lavoratori sparsi per il mondo che hanno addestrato il modello linguistico per compensi minimi e senza benefit.
E poi c’è il caso di Nate, la startup che prometteva un’app capace di rivoluzionare lo shopping online. Peccato che in realtà dietro la sua apparente efficacia si nascondevano centinaia di lavoratori in un call center nelle Filippine che, manualmente, eseguivano le operazioni che l’IA avrebbe dovuto automatizzare.
Waymo e la supervisione remota
L’audizione al Senato ha spostato rapidamente il focus dalla questione del lavoro a quella della sicurezza nazionale. I senatori si sono infatti dimostrati meno preoccupati dell’uso di manodopera a basso costo che del fatto che questi operatori non siano americani.
Un senatore del Massachusetts ha definito l’impiego di lavoratori remoti stranieri “completamente inaccettabile”, sollevando due ordini di problemi. Il primo è tecnico: il ritardo di connessione (lag) tra un operatore che lavora dall’altra parte del mondo e un veicolo in movimento su una strada americana rappresenta un rischio concreto per la sicurezza. Il secondo è geopolitico e riguarda la presenza cinese nella catena di fornitura di Waymo.
A differenza di Tesla, che produce i propri veicoli, Waymo utilizza auto provenienti da diversi paesi, inclusa la Cina. La scelta ha fatto scattare i sospetti tra i legislatori: l’azienda di Alphabet sta forse cercando di aggirare le restrizioni all’importazione di veicoli cinesi?
Peña ha cercato di smorzare le preoccupazioni sottolineando che i sistemi di guida autonoma vengono installati negli Stati Uniti ma la questione rimane aperta. In un contesto di crescenti tensioni tra Washington e Pechino sul fronte tecnologico, l’idea di auto cinese connesse a internet che circolano liberamente sulle strade americane (anche se controllate da sistemi installati localmente), alimenta diffidenze politiche difficili da dissipare.
Cosa significa davvero “autonomia” nell’IA
Quello che emerge dall’audizione è un disallineamento profondo tra narrazione e realtà operativa. L’industria dell’IA ha costruito aspettative enormi intorno all’idea di sistemi completamente autonomi, ma la tecnologia attuale non è ancora in grado di reggere quella promessa senza supporto umano costante.
I robotaxi di Waymo funzionano nella maggior parte delle situazioni ma quando incontrano imprevisti, come un cantiere stradale anomalo, un pedone che si comporta in modo inaspettato, condizioni meteo particolari, hanno bisogno di un essere umano che intervenga.
Questo modello ibrido solleva interrogativi sul piano economico e regolamentare. Se l’autonomia richiede comunque una rete di supervisori umani distribuiti globalmente, qual è la sostenibilità a lungo termine di questo approccio? E come vanno regolamentati sistemi che operano fisicamente in un paese ma vengono controllati da operatori in un altro?
La vicenda di Waymo, come quella di Nate, dimostra che la frontiera tra intelligenza artificiale e outsourcing tradizionale è più sfumata di quanto l’industria voglia ammettere. E che dietro ogni tecnologia presentata come “autonoma” c’è ancora qualcuno, da qualche parte nel mondo, che tiene in mano il volante.
Fonte: TechSpot


