Il mercato non perdona, specialmente quando si tocca il mito. E così il debutto della Luce, la prima vettura interamente elettrica della Ferrari, si è trasformato in un terremoto finanziario e culturale.
Ci riferiamo a un crollo del 6% del titolo azionario nelle prime ore di contrattazione e a un linciaggio mediatico senza precedenti sui social network.
La colpa? Un’estetica che definire “divisiva” è un eufemismo. Affidare le linee della Rossa a Sir Jony Ive e al suo studio LoveFrom ha partorito un oggetto di design che pare involontariamente un Cybercab sotto steroidi, una guscio di vetro che scimmiotta la Silicon Valley ai tempi del lancio del primo iPhone.
Perde però completamente l’anima del Cavallino Rampante producendo la (degna?) erede della Aprilia Motò 6.5, disegnata dall’archistar francese Philippe Stark (sì, proprio quello dello spremiagrumi a forma di astronave della Alessi), lanciata a metà degli anni ’90.
Futuristico non significa necessariamente brutto
La sensazione diffusa è che, per giustificare il salto tecnologico, Maranello abbia confuso il concetto di “futuristico” con quello di “brutto”.
La reazione difensiva dei vertici aziendali nel presentare la Luce rasenta il paradosso commerciale.
Davanti alle critiche, il management ha dichiarato che l’auto è stata deliberatamente progettata per essere “polarizzante” e dividere l’opinione pubblica, arrivando a sconsigliarne apertamente l’acquisto ai tradizionali collezionisti e “puristi” della benzina.
È una narrativa che non trova alcuna spiegazione logica se non una giustificazione tardiva per un design che devono essersi accorti non piacere a nessuno. Perché il sottotesto è che se la trovi brutta, sei tu che non capisci il futuro.
Eppure, parliamo di una vettura posizionata alla cifra di 550.000 euro tasse incluse. L’idea di lanciare un prodotto da oltre mezzo milione di euro alienando scientemente la propria base clienti storica, è o un suicidio commerciale o un azzardo industriale che rischia di costare caro. Soprattutto in termini di reputazione e tenuta del valore dell’usato nel tempo.

Il touchscreen centrale della Luca, sulla destra, sembra un Apple Watch.
Se Maranello deve guardare a Pechino…
Il confronto con l’Oriente, a questo punto, diventa impietoso e ribalta storici rapporti di forza. Mentre Ferrari cerca la legittimità elettrica scendendo a compromessi estetici discutibili, la Cina dimostra di aver capito le regole del gioco molto meglio dell’Europa.
Ne è la prova lampante la Xiaomi Vision Gran Turismo, un capolavoro di proporzioni, aggressività e aerodinamica integrata che fa letteralmente impallidire le linee sgraziate della Luce.
Se un tempo i costruttori occidentali guardavano con superiorità il design asiatico, oggi una tech-company nata producendo smartphone è in grado di tracciare le linee di una hypercar elettrica mozzafiato, mentre Maranello si arrocca dietro la retorica del “concept divisivo”.
La profittabilità immediata rivendicata con orgoglio dall’amministratore delegato Benedetto Vigna rischia di essere una vittoria di Pirro se l’oggetto del desiderio smette, appunto, di essere desiderabile.

La Xiaomi Vision Gran Turismo.
La difficile transizione di Ferrari
La realtà è che la transizione energetica sta mostrando i nervi scoperti di una Ferrari che sembra aver smarrito la propria bussola identitaria.
Nonostante gli sforzi ingegneristici per non far rimpiangere il sound del motore termico (attraverso vibrazioni generate dai componenti elettrici e ispirate a una chitarra), i dubbi strategici rimangono evidenti.
Non è un caso che l’azienda abbia già dimezzato i propri obiettivi originari, puntando ora a una quota di modelli full-electric solamente del 20% entro il 2030.
La Luce doveva essere il manifesto di una nuova era cool per i giovani ricchi della “Generazione Z”, ma la strada imboccata sembra aver dimenticato una regola fondamentale del lusso: la bellezza non è un optional negoziabile. E oggi, la bellezza elettrica non abita a Maranello.


