Nvidia ha ridotto drasticamente l’elenco dei clienti asiatici autorizzati ad acquistare i suoi chip per l’intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi l’azienda ha costruito una nuova “lista bianca” di aziende che hanno superato controlli di conformità molto più rigidi rispetto al passato, con l’obiettivo dichiarato di impedire che i processori più avanzati finiscano in Cina passando per Singapore, Malesia e Giappone.
Secondo persone a conoscenza della vicenda, la revisione ha escluso più della metà dei clienti precedenti, anche se le aziende bocciate possono correggere le proprie procedure e ricandidarsi.
Come Nvidia stringe i controlli nel sud-est asiatico
Gran parte delle aziende finite fuori dalla lista sono i cosiddetti neocloud, piattaforme cloud specializzate costruite apposta per i carichi di lavoro dell’intelligenza artificiale. Per i nuovi controlli, il personale di Nvidia visita di persona i data center dei clienti, verifica i contratti e intervista gli utenti finali per accertarsi che si tratti di aziende reali e non di semplici schermi societari.
Anche il Dipartimento del Commercio statunitense partecipa al processo, fornendo supervisione e sostegno politico all’iniziativa. Si tratta di un salto di qualità rispetto alla verifica dei clienti che Nvidia ha sempre condotto per rispettare i controlli sulle esportazioni, ora ampliata sia nei requisiti di conformità sia nelle ispezioni sul campo.
Il caso Megaspeed
Uno degli episodi che ha spinto Nvidia ad alzare la guardia riguarda Megaspeed, società con sede a Singapore nata nel 2023 come costola di un’azienda cinese di videogiochi. Le autorità statunitensi e singaporiane la sospettano di aver aiutato aziende cinesi ad aggirare le restrizioni all’export: attraverso una controllata malese, Megaspeed avrebbe acquistato chip Nvidia di fascia alta per quasi 2 miliardi di dollari, poi installati in data center in Malesia e Indonesia che sembravano servire da remoto clienti cinesi.
Dopo l’apertura delle indagini, Bridge Data Centers, controllata da Bain Capital, ha interrotto ad aprile i rapporti con Megaspeed, la cui sede di Singapore risulta ormai chiusa.
Nvidia, Taiwan e la rotta del Giappone
A maggio i procuratori del distretto di Keelung, a Taiwan, hanno fermato tre persone accusate di aver falsificato la documentazione per l’esportazione di server Supermicro equipaggiati con chip Nvidia avanzati, sequestrando circa 50 macchine. Un carico era già passato i controlli doganali taiwanesi prima degli arresti ed è transitato per il Giappone prima di raggiungere Hong Kong, snodo abituale per l’hardware diretto in Cina: il primo caso noto di una rotta di contrabbando che coinvolge il territorio giapponese, alleato chiave di Washington nella regione.
Il caso richiama da vicino lo scandalo di marzo, quando l’FBI aveva arrestato negli Stati Uniti il co-fondatore di Supermicro con l’accusa di aver orchestrato un giro di contrabbando da 2,5 miliardi di dollari verso la Cina. Interpellato sul caso di Taiwan, l’amministratore delegato di Nvidia Jensen Huang ha detto di pretendere “rigore” da tutti i partner dell’azienda, scaricando però la responsabilità su Supermicro: “Alla fine deve essere Supermicro a gestire la propria azienda”.
Supermicro, dal canto suo, sostiene di aver collaborato con le autorità taiwanesi e di aver sottoposto il rivenditore coinvolto a una verifica “che ha superato i requisiti di legge”. Sul fascicolo lavorano ormai almeno cinque procedimenti penali distinti aperti dai procuratori federali statunitensi sulla deviazione di semiconduttori verso la Cina.
Il vuoto lasciato dalla regola sulla diffusione dell’IA
Il 31 maggio il Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio ha pubblicato una guida che chiarisce come sia necessaria una licenza all’export per i chip avanzati destinati a qualunque entità la cui casa madre abbia sede in Cina o a Macao, indipendentemente da dove si trovi fisicamente. La precisazione, secondo Reuters, arriva dopo che centinaia di migliaia di chip vietati avrebbero raggiunto controllate cinesi proprio attraverso i data center di Singapore e Malesia.
Il varco si era aperto un anno prima, quando l’amministrazione Trump aveva accantonato la Diffusion Rule voluta dall’amministrazione Biden per limitare su scala globale l’export dei chip più avanzati: molte aziende cinesi ne avevano approfittato per costruire in fretta interi rack di server a Singapore e in Malesia. Negli ultimi dodici mesi il Dipartimento del Commercio ha già annunciato quasi 420 milioni di dollari tra multe e sequestri legati al contrabbando di semiconduttori.
Alcuni analisti di politica industriale avvertono però che il nodo resta a monte: le nuove regole non impongono controlli più severi a TSMC sugli ordini di chip destinati all’intelligenza artificiale, e finché aziende cinesi riusciranno a farli produrre in fonderia tramite intermediari di comodo, gran parte delle restrizioni sull’export rischia di perdere di senso.
La fame di chip della Cina
La produzione cinese di processori per l’intelligenza artificiale resta ancora insufficiente rispetto alla domanda delle aziende tecnologiche, cresciuta ulteriormente con la diffusione degli agenti IA, che richiedono una potenza di calcolo molto superiore ai normali chatbot. “Tutti i fornitori nazionali sono esauriti. Persino i chip di fascia bassa che prima nessuno voleva ora vanno a ruba, pur di far girare in qualche modo i sistemi”, racconta un dirigente tecnologico cinese.
Pechino punta a colmare il divario puntando su Huawei e sul suo Ascend 920, che però resta indietro rispetto all’H200 di Nvidia. Alcune aziende tecnologiche fanno pressioni su Pechino perché autorizzi l’acquisto proprio dell’H200, ma secondo chi segue da vicino il dossier un’apertura resta improbabile nel breve periodo.
“Nvidia ha sempre fatto della conformità la priorità assoluta e rispettiamo pienamente tutti i requisiti di legge”, ha dichiarato un portavoce dell’azienda. Il Dipartimento del Commercio statunitense non ha risposto alle richieste di commento.
Fonte: Financial Times


