L’Homeland Security chiede a Big Tech di identificare i critici di Trump

by | 4 Feb 2026 | Politica

Kristi Noem, segretaria del Dipartimento della Homeland Security degli Stati Uniti. | Foto: Wikimedia Commons
Riassunto IA
  • Il Dipartimento della Homeland Security ha inviato citazioni amministrative a Meta e Google per identificare gestori di account Instagram anonimi che documentano raid ICE e cittadini che criticano funzionari dell’amministrazione Trump.
  • Le citazioni amministrative, emesse dalle agenzie federali senza supervisione giudiziaria, permettono di ottenere metadati dettagliati su utenti ma non contenuti di comunicazioni o posizione in tempo reale.
  • L’uso di questo strumento legale contro il dissenso politico, combinato con l’arsenale tecnologico di ICE già documentato, accelera la spinta europea verso sovranità digitale.
Tempo di lettura: 4 minuti

Il Dipartimento della Homeland Security sta usando uno strumento legale poco conosciuto per costringere Meta, Google e altre piattaforme a consegnare dati personali su chi critica l’amministrazione Trump.

Ci riferiamo alle citazioni amministrative, richieste che le agenzie federali possono emettere autonomamente, senza passare da un giudice. Negli ultimi mesi ne sono state inviate a raffica contro account Instagram anonimi che documentano i raid dell’ICE nei quartieri americani e contro cittadini che hanno scritto email di protesta ai funzionari governativi.

Tutte le citazioni finora note sono state ritirate dopo delle contro-azioni legali ma il pattern è chiaro: non si tratta di indagini su crimini, ma di un tentativo sistematico di identificare e intimidire chi dissente.

A differenza delle citazioni giudiziarie, che richiedono l’approvazione di un magistrato dopo aver presentato prove di un possibile reato, le citazioni amministrative sono infatti autofirmate dalle agenzie federali. Ciò permette agli investigatori di ottenere grandi quantità di informazioni su individui da aziende tecnologiche e telefoniche senza alcuna supervisione esterna.

Non possono accedere al contenuto delle email, delle ricerche online o ai dati di localizzazione, ma possono richiedere tutto ciò che riguarda l’identità e le abitudini dell’utente: orari di login, indirizzi IP, device utilizzati, email associate all’account, carte di credito, patenti di guida, numeri di previdenza sociale.

E poiché non sono supportate dall’autorità di un tribunale, spetta in gran parte alle aziende decidere se collaborare o resistere. È proprio questa discrezionalità a rendere le big tech nodi molto delicati del sistema di sorveglianza.

L’ Homeland Security e il caso @montcowatch

Bloomberg ha rivelato che a gennaio la Homeland Security ha cercato di smascherare @montcowatch, un account Instagram anonimo che condivide risorse per proteggere i diritti degli immigrati nella contea di Montgomery, in Pennsylvania.

Gli avvocati dell’agenzia hanno inviato una citazione amministrativa a Meta chiedendo l’identità della persona che gestisce l’account. La giustificazione ufficiale: un dipendente non appartenente alla Homeland Security avrebbe segnalato che agenti dell’ICE erano pedinati. Nessuna prova concreta, dunque, solo una segnalazione generica.

L’American Civil Liberties Union (ACLU), che rappresenta il gestore dell’account, ha risposto che non esistevano prove di illeciti e che registrare le forze dell’ordine, condividere quelle riprese e farlo in forma anonima è legale e protetto dal Primo Emendamento.

La Homeland Security ha così ritirato la citazione senza fornire spiegazioni. Ma non è stato un caso isolato. Bloomberg ha documentato almeno altri quattro episodi identici: citazioni amministrative contro account Instagram che pubblicano contenuti critici verso il governo, tutte ritirate dopo che i gestori hanno fatto causa.

L’ACLU ha definito queste azioni “parte di una strategia più ampia per intimidire le persone che documentano l’attività dell’immigrazione o criticano le azioni del governo”. Il meccanismo è chiaro: l’obiettivo non è perseguire crimini, ma scoraggiare il monitoraggio dal basso delle operazioni federali.

La visita degli agenti federali al pensionato

Il Washington Post ha ricostruito un caso ancora più esplicito. Un pensionato americano, critico dell’amministrazione Trump fin dal primo mandato, ha inviato un’email all’avvocato capo della Homeland Security, Joseph Dernbach, il cui indirizzo è pubblicamente disponibile sul sito della Florida Bar. L’email era critica ma non conteneva minacce né violazioni di legge.

Entro cinque ore, Google ha notificato al pensionato che il suo account era stato citato dal Dipartimento della Homeland Security. La citazione chiedeva giorno, ora e durata di tutte le sue sessioni online, indirizzi IP e fisici, lista di ogni servizio utilizzato, username, carte di credito, patente di guida e numero di previdenza sociale. Un profilo digitale completo.

Due settimane dopo, agenti della Homeland Security si sono presentati alla porta di casa sua per interrogarlo sull’email inviata a Dernbach. Gli stessi agenti hanno ammesso che l’email non violava alcuna legge.

Il pensionato aveva partecipato a proteste, riunioni pubbliche e proteste, aveva scritto ai legislatori: tutte attività protette dal Primo Emendamento. Eppure il suo profilo digitale era finito sotto scrutinio governativo.

Google ha confermato a TechCrunch di essersi opposta alla citazione, definendola eccessivamente ampia e impropria. Ma il messaggio era già arrivato: criticare funzionari dell’amministrazione può attivare meccanismi di sorveglianza.

Big Tech tra resistenza e opacità

Meta e Google hanno fornito risposte ambigue quando interpellate da TechCrunch. Il portavoce di Meta non ha voluto dire se l’azienda avesse consegnato dati su @montcowatch o se avesse ricevuto altre richieste simili. Google ha dichiarato di opporsi a citazioni improprie, “come in questo caso”, ma senza specificare quanto spesso resista o ceda.

Le aziende tecnologiche pubblicano ormai da anni rapporti di trasparenza che indicano quante richieste governative ricevono, ma quasi nessuna distingue tra citazioni giudiziarie e amministrative, pur essendo strumenti radicalmente diversi dal punto di vista dei diritti civili.

Il punto critico è proprio la discrezionalità delle piattaforme. Ed è qui che entra in gioco la crittografia end-to-end: app come Signal raccolgono così pochi dati sui propri utenti che, quando ricevono citazioni, possono rispondere di non avere nulla da consegnare.

È una barriera tecnica alla sorveglianza, non legale. E funziona proprio perché non c’è nulla da cedere, nemmeno sotto pressione. Le grandi piattaforme invece archiviano enormi quantità di metadati che, pur non includendo i contenuti delle comunicazioni, permettono di smascherare account anonimi e ricostruire reti di attivisti.

L’Europa osserva

La dipendenza strutturale dai giganti tecnologici americani non è mai stata solo una questione economica o di sovranità digitale in senso astratto. È anche un rischio concreto di sorveglianza politica.

Come abbiamo raccontato, l’ICE ha costruito un arsenale di tecnologie per tracciare non solo immigrati irregolari ma anche cittadini americani che protestano: Palantir, Clearview AI, riconoscimento facciale, spyware israeliani.

Ora emerge che accanto agli strumenti tecnologici c’è anche un metodo legale-amministrativo per costringere le piattaforme a collaborare. E mentre gli amministratori delegati di alcune delle più grandi aziende tech statunitensi si avvicinano sempre più apertamente all’amministrazione Trump, la percezione europea sta cambiando rapidamente.

Non è un caso che Alex Karp, CEO di Palantir, si sia lamentato del calo di contratti in Europa. Difficile stupirsene, però: quando un’azienda americana diventa il pilastro tecnologico della sorveglianza governativa negli Stati Uniti, utilizzata per schedare manifestanti e intimidire critici del governo, è comprensibile che i governi europei comincino a porsi delle domande.

Fonti: The Washington Post, Bloomberg, TechCrunch

POTREBBE INTERESSARTI

Cina censura

Anche la Cina respinge lo stop all’IA: “È solo allarmismo”

Il portavoce di Pechino accusa Amodei, Altman e Musk di allarmismo sull’IA. Lo stesso giorno il ministro della sicurezza di stato cinese lancia un allarme quasi...
Donald Trump annuncerà domani World Liberty Financial

Trump respinge lo stop all’IA: “Chi vince, vince tutto”

Amodei, Altman e Musk chiedono più cautela sull’IA. Trump risponde dal golf in Irlanda: fermarsi significa regalare il vantaggio alla Cina.

Trump USA Xi Jinping Cina data center

Non volete i data center? Per Trump, fate un favore alla Cina

Bollette, acqua e nuovi impianti alimentano le proteste locali. La destra americana, a braccetto con la Silicon Valley, risponde chiamando in causa Pechino e la...

Per JD Vance l’IA è “satanica”. Ma non rallenta sui data center

Il vicepresidente americano teme che i chatbot possano isolare e manipolare le persone. Ma rifiuta di rallentare la corsa tecnologica statunitense contro la Cina.

ontario

Trump rinomina il Lago Ontario e Google Maps lo segue. Apple e MapQuest, no

Google applica il nuovo nome deciso dal governo federale americano, mentre in Canada mantiene Lake Ontario. Apple e MapQuest hanno scelto di non adeguarsi.

Bill Gates

Bill Gates vuole tassare l’IA e riservare alcuni lavori agli umani

Nel 2023 paragonava l’IA a Internet e al PC. Ora sostiene che aziende e governi stanno accelerando senza aver deciso come affrontarne le conseguenze sociali. E propone...
silvano sansoni chapsvision

ChapsVision sfida Palantir: l’Europa cerca un’alternativa per intelligence e difesa

La società francese vale una frazione del gigante americano ma ha già conquistato l’intelligence francese e tedesca.

shapiro repubblicani data center

USA: i Repubblicani ora fanno campagna contro i data center

Dalla Pennsylvania al Texas, i politici che un anno fa celebravano l’arrivo dei data center ora promettono restrizioni in vista delle midterm. Ma Trump insiste:...
Steve Jobs NeXT computer 1988

La CIA aiutò Steve Jobs a tenere in vita NeXT. E quindi a riportarlo in Apple

Negli anni Ottanta l’intelligence americana acquistò migliaia di computer dalla società di Jobs. La sua tecnologia sarebbe poi diventata la base dei sistemi operativi...
microsoft cina windows

La Cina non vuole più Windows nei suoi apparati statali

Il governo anticipa l’addio persino alla versione di Windows sviluppata appositamente per la Cina. L’ordine arriva a poche settimane dall’incontro...
Share This