La Cina annuncia un surplus commerciale da 1,2 trilioni di dollari

by | 14 Gen 2026 | Business, Politica

La catena di montaggio robotizzata di BYD.
Tempo di lettura: 3 minuti

Il dato è arrivato secco, senza lasciare spazio a molte interpretazioni: 1.190 miliardi di dollari di surplus commerciale in un solo anno. La Cina ha inondato i mercati mondiali di merci come mai prima, trasformando un record economico in un una dichiarazione di forza e dunque in un fatto politico.

Anche tenendo conto dell’inflazione, infatti, nessun altro Paese aveva mai raggiunto un simile livello di squilibrio tra ciò che esporta e ciò che importa. È il segnale che la macchina industriale cinese non solo ha retto alle pressioni esterne ma ha accelerato, spostando altrove il peso delle proprie tensioni interne.

Dietro l’esplosione dell’avanzo commerciale c’è una domanda interna che fatica a riprendersi. Il lungo crollo del mercato immobiliare ha eroso risparmi e fiducia delle famiglie, riducendo la capacità di spesa sia sui beni importati sia su quelli prodotti in patria.

Le fabbriche, però, non si sono fermate. Anzi, hanno continuato a produrre grazie a capacità sovradimensionate e a un uso crescente di automazione e tecnologie avanzate.

Il risultato è stato uno spostamento quasi forzato verso l’esterno: ciò che non viene assorbito dal mercato domestico viene dunque riversato sui mercati globali, trasformando l’export in una necessità strutturale più che in una semplice opportunità.

L’autosufficienza industriale cinese

Questo surplus non è un caso, bensì il frutto di una strategia ben precisa. Pechino ha perseguito con fermezza l’obiettivo dell’autosufficienza industriale, sostituendo le importazioni con la produzione nazionale in settori chiave.

Questa scelta ha ridotto la dipendenza dall’estero, rafforzato le filiere interne e, allo stesso tempo, contribuito a comprimere ulteriormente le importazioni.

In parallelo, una valuta mantenuta strutturalmente debole ha reso i prodotti cinesi più competitivi all’estero, e meno conveniente l’acquisto di beni stranieri. Il quadro che ne emerge è quello di un’economia progettata per esportare, anche a costo di accentuare gli squilibri col resto del mondo.

I limiti dei dazi americani

È qui che il dato assume un valore politico diretto. La crescita del surplus del 20 per cento rispetto all’anno precedente mette in discussione l’efficacia della strategia americana fondata sui dazi.

I dazi hanno inciso sul rapporto bilaterale con Washington, riducendo il surplus del 22 per cento, ma non sull’equilibrio complessivo del commercio cinese. Le esportazioni si sono semplicemente riorientate verso altre aree, dall’Europa al Sud-est asiatico, passando per Africa e America Latina.

In molti casi, inoltre, catene di assemblaggio distribuite in giro per il mondo hanno permesso di aggirare le barriere tariffarie, mostrando i limiti di una strategia fondata solo sui dazi.

Un confronto che non ha precedenti storici

Per capire la scala del fenomeno, il confronto con i grandi surplus del passato è inevitabile. Il Giappone, simbolo dell’economia trainata dall’export, ha raggiunto il suo picco nei primi anni Novanta con un surplus che, rivalutato oggi, equivale a poco più di 200 miliardi di dollari.

Anche la Germania, spesso al centro delle critiche per i suoi squilibri commerciali dopo la crisi finanziaria europea, toccò il massimo nel 2017 con un surplus attorno ai 360 miliardi di dollari attuali. Il dato cinese li supera entrambi non marginalmente ma di un ordine di grandezza, arrivando a valere oltre un decimo dell’intera produzione economica del Paese.

Eppure, questo record cela un risvolto che non si può tacere. In Cina contribuisce a sostenere milioni di posti di lavoro industriali in una fase delicata, attenuando l’impatto sociale della crisi immobiliare e della debolezza dei consumi. Nel resto del mondo, però, la stessa dinamica sta alimentando chiusure di fabbriche, tensioni politiche e nuove spinte protezionistiche.

Non a caso, la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva ha avvertito che, per un’economia delle dimensioni della Cina, continuare a puntare sull’export come motore di crescita rischia di alimentare ulteriori tensioni commerciali.

Il problema è che per Xi Jinping rinunciare a questa leva oggi significherebbe esporsi a rischi economici e sociali che il Partito comunista non sembra comprensibilmente disposto a correre.

Fonte: The New York Times

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