La Cina dei giovani, tra disoccupazione e concorsi pubblici

da | 18 Nov 2025 | Tecnologia

Tempo di lettura: 3 minuti

Spesso si guarda alla Cina come a un modello occupazionale. Ma è davvero così? Un recente articolo del South China Morning Post provvede a farci capire che se Roma piange, Pechino non ride. Il tasso di disoccupazione giovanile urbana in Cina è infatti sceso leggermente, ma resta un indicatore che racconta più fragilità che progressi.

A ottobre la percentuale dei 16-24enni senza lavoro, esclusi gli studenti, è calata al 17,3 per cento rispetto al 17,7 per cento di settembre. Una variazione minima, che arriva però dopo un’estate segnata dall’ingresso di 12,2 milioni di neolaureati: un record che aveva spinto il dato di agosto ai livelli più alti dall’introduzione, nel 2023, della revisione statistica che esclude gli studenti a tempo pieno.

Il rallentamento economico, la riduzione dei costi da parte delle aziende e l’incertezza generata dalle tensioni commerciali continuano a comprimere la domanda di lavoro.

Molti giovani sono così spinti ad adottare strategie non convenzionali, come distribuire curriculum alle fiere commerciali nel tentativo di intercettare un’opportunità. Altri invece scelgono un percorso diverso: rimandare l’ingresso nel mercato proseguendo gli studi o prepararsi al grande concorso pubblico nazionale.

La corsa al “servizio civile” (che non è il nostro)

Per un lettore italiano il termine può risultare fuorviante, perché in Cina “servizio civile” indica il Guokao, il concorso statale per diventare funzionari pubblici. Non ha nulla a che vedere con il nostro servizio civile volontario: è un esame durissimo, ultra-competitivo, che offre accesso a impieghi percepiti come estremamente stabili.

La ricerca di stabilità è diventata un tema centrale nella nuova generazione cinese, che guarda con crescente diffidenza ai salari volatili e alle carriere aziendali esposte a tagli costanti.

Quest’anno si sono così registrati 3,72 milioni di candidati per l’esame nazionale, un record. E se i posti disponibili restano poche decine di migliaia, il dato che fotografa meglio la realtà è il rapporto finale: solo un candidato su 98 otterrà un impiego.

Tra coloro che hanno scelto questa strada c’è Nancy Lu, 24 anni, master conseguito a Hong Kong nel 2024. Dopo quasi un anno passato a cercare lavoro senza ricevere offerte, ha deciso di abbandonare la ricerca e prepararsi al Guokao di dicembre. “Ho provato a candidarmi a quasi ogni ruolo che si adattasse al mio profilo… tutto. Ma ho ricevuto solo due inviti a colloquio”, racconta la giovane al South China Morning Post.

La scelta del concorso, dice, ha un vantaggio decisivo: “Il successo dipende solo dal punteggio più alto. Trovare un impiego in azienda, invece, dipende da criteri poco chiari e spesso legati al background”.

E in una fase in cui la situazione economica appare sempre più imprevedibile, la stabilità diventa un valore primario. “I miei genitori sono entrambi dipendenti pubblici. Non guadagnano stipendi elevati, ma non abbiamo mai dovuto preoccuparci di licenziamenti o di non avere abbastanza per vivere”.

Come si posiziona l’Italia

Il confronto internazionale aiuta a inquadrare meglio la situazione cinese. In Italia, il tasso di disoccupazione giovanile nella fascia 15-24 anni è oggi intorno al 20 per cento, quindi più alto (ma non troppo) rispetto al 17,3 per cento riportato nelle aree urbane cinesi. Va però detto che l’Italia include studenti e non studenti, mentre la Cina conteggia solo chi cerca attivamente lavoro.

Per la fascia 25-29 anni, l’ultimo dato Eurostat disponibile per l’Italia è il 10,9 per cento (dicembre 2024). Anche qui il raffronto va maneggiato con cura: il dato cinese equivalente (7,2 per cento) riguarda solo la popolazione urbana ed esclude gli studenti, mentre quello europeo copre l’intera popolazione della classe d’età.

Il confronto resta quindi utile solo per indicare tendenze generali, non per una comparazione statistica rigorosa.

La Cina e una generazione in bilico

Il quadro complessivo del lavoro urbano in Cina mostra un tasso di disoccupazione del 5,1 per cento in ottobre, leggermente inferiore al mese precedente. È un segnale positivo ma non sufficiente a rassicurare una generazione che vive un mercato del lavoro sempre più competitivo, con l’incertezza come rumore di fondo costante.

La storia di Nancy Lu, e delle migliaia di giovani che come lei stanno virando verso il Guokao, fotografano un cambiamento culturale prima ancora che economico. Lavoro stabile contro opportunità volatili: una scelta che dice molto su come la Cina attuale stia ridefinendo le aspirazioni dei suoi cittadini più giovani. L’attrazione del posto fisso, insomma, non è solo una prerogativa italiana.

Fonte: South China Morning Post

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