La Commissione europea sta per adottare regole più permissive sulle emissioni dei data center, proprio nei giorni in cui i report di sostenibilità di Google e Amazon mostrano un’impronta di carbonio in crescita a doppia cifra. Le due notizie arrivano quasi in contemporanea e raccontano la stessa vicenda da angolazioni opposte: Bruxelles asseconda le richieste dei colossi tecnologici alleggerendo i vincoli sul clima, mentre i bilanci delle aziende dimostrano quanto l’intelligenza artificiale stia già pesando sull’ambiente.
Il sistema a semaforo perde i denti
Una bozza di regolamento vista dal Financial Times e in discussione giovedì tra gli esperti degli Stati membri ridimensiona in modo sostanziale il cosiddetto sistema a semaforo, pensato per classificare i data center in base ai consumi di energia e acqua. Una versione precedente, circolata a marzo, imponeva che le emissioni legate ai combustibili fossili potessero essere compensate solo con certificati di energia pulita provenienti da impianti costruiti negli ultimi dieci anni e capaci di produrre elettricità più o meno nello stesso momento e nello stesso luogo del data center da compensare. Aziende come Amazon Web Services e Microsoft, insieme alla European Data Centre Association, avevano scritto a Bruxelles per chiedere di eliminare gran parte di questi vincoli, denunciando il rischio di costi più alti. L’ultima bozza, datata 30 giugno, accoglie quelle richieste e apre anche ai certificati legati all’energia nucleare, un vantaggio non da poco per paesi come la Francia che su quella fonte hanno costruito buona parte della propria produzione elettrica.
Non è la prima volta che le pressioni dei giganti tech si riflettono nelle bozze europee: qualche mese fa avevamo già raccontato come il lobbying di Big Tech avesse iniziato a riscrivere le regole sul clima dei data center, quando le richieste di allentare i vincoli sui certificati energetici erano solo all’inizio.
Un esempio che spiega il problema
Il meccanismo lascia margini enormi. Un data center che lavora di notte sulla rete elettrica tedesca, ancora dipendente dal carbone, potrà continuare ad azzerare le proprie emissioni sulla carta acquistando certificati legati a energia solare prodotta di giorno in Spagna. Per alcuni esperti di contabilità climatica questo tipo di certificati fa poco o nulla per ridurre l’inquinamento reale. Killian Daly, direttore esecutivo del think tank EnergyTag, ha spiegato che se i data center non vengono alimentati da energie rinnovabili nuove e locali, abbinate in tempo reale ai consumi, finiranno per alimentare la domanda di gas importato, con il rischio di far salire i prezzi dell’energia e indebolire la sicurezza energetica del continente. Un funzionario della Commissione ha comunque precisato che la proposta non è definitiva e resta soggetta ai commenti raccolti durante l’incontro di giovedì tra Commissione e Stati membri.
I numeri delle emissioni di Google e Amazon
Mentre a Bruxelles si discute di deroghe, Google e Amazon hanno pubblicato in questi giorni i rispettivi report di sostenibilità, e i numeri non sono lusinghieri. Le emissioni totali di Google sono aumentate del 25% rispetto all’anno scorso, quelle di Amazon del 16%. Nessuna delle due aziende attribuisce esplicitamente alla corsa all’intelligenza artificiale la responsabilità di questo aumento, ma gli indizi indiretti non mancano. Entrambe insistono sulla cosiddetta intensità di carbonio, cioè quanto inquinamento viene generato per ogni dollaro di fatturato, una metrica usata anche dalla Cina nei negoziati climatici degli ultimi anni pur in presenza di emissioni in costante crescita.
La parte più consistente dell’aumento arriva dalle cosiddette emissioni di Scope 3, quelle non controllate direttamente dall’azienda ma legate a beni e servizi acquistati, come le GPU, o all’uso dei prodotti venduti. Nel caso di Google, le emissioni di Scope 3 sono cresciute di 2,1 milioni di tonnellate nell’ultimo anno, arrivando al doppio rispetto al 2019, l’anno preso come riferimento dall’azienda. Per Amazon l’aumento arriva soprattutto dai beni capitali e dal comparto energetico: nel 2025 l’azienda ha aggiunto più capacità di data center di qualsiasi altra società al mondo, oltre 1,2 gigawatt solo nel quarto trimestre.
Da anni Amazon, Google e Meta sostengono di compensare il 100% dei propri consumi da fonti fossili con certificati di energia pulita. Ma i numeri raccontano un’altra storia: mercoledì Amazon ha pubblicato dati che mostrano un aumento del 34% delle emissioni legate all’elettricità acquistata tra il 2024 e il 2025. Google, dal canto suo, ha dichiarato che le emissioni legate alla rete elettrica sono salite del 37%, un dato che si è ridotto solo leggermente su base annua una volta sottratti gli investimenti in energia pulita dell’azienda.
Le vere fonti delle emissioni
Il grosso del problema non arriva dall’elettricità in sé, che anni di acquisti di energia rinnovabile hanno tenuto relativamente sotto controllo, quanto dalla costruzione dei data center e dai chip che li fanno funzionare. Acciaio e cemento restano tra le industrie più inquinanti al mondo, e le tecnologie a basse emissioni per produrli non sono ancora pronte per la scala richiesta dalle aziende tecnologiche. A questo si aggiunge la produzione di GPU e memorie, concentrata in gran parte in Asia, dove le reti elettriche dipendono ancora pesantemente dai combustibili fossili. Alcuni dei gas usati nei processi di fabbricazione dei semiconduttori sono inoltre potenti gas serra, capaci di scaldare l’atmosfera migliaia di volte più della stessa quantità di anidride carbonica.
Un problema non impossibile da risolvere
Nessuno di questi ostacoli è insormontabile, ma Amazon, Google e le altre grandi aziende tecnologiche hanno parecchio lavoro da fare per rispettare gli obiettivi di azzeramento delle emissioni che si sono date. Servirà aumentare ulteriormente gli acquisti di energia rinnovabile, investire nella produzione di acciaio e cemento a basse emissioni e comprare milioni di tonnellate di crediti per la rimozione di carbonio. Anche lo Science Based Targets Initiative, uno dei principali enti che certificano gli obiettivi climatici delle aziende, ha ammorbidito il mese scorso le proprie regole sul tema dopo le pressioni delle stesse aziende tecnologiche.
Il contrasto tra le due notizie è difficile da ignorare. Mentre l’Europa, il continente che si sta scaldando più velocemente al mondo e che sta attraversando un’ondata di caldo storica, prepara regole più morbide sulla contabilità delle emissioni dei data center e punta a triplicare la propria capacità di elaborazione nei prossimi cinque-sette anni, le stesse aziende che quei data center li costruiscono certificano nero su bianco che il costo ambientale dell’intelligenza artificiale sta salendo, non scendendo.
Fonte: Financial Times, TechCrunch


