I data center nordamericani di Big Tech hanno consumato quasi mille miliardi di litri d’acqua nel 2025. Un volume equivalente al fabbisogno annuale dell’intera città di New York, generato in larga parte dal raffreddamento dei server che fanno girare l’intelligenza artificiale.
Alcune comunità locali hanno già risposto bloccando i cantieri, col che Amazon, Microsoft e Google hanno abbandonato progetti da miliardi di dollari per l’opposizione dei residenti. Ora la pressione si sposta sui mercati finanziari.
In vista delle assemblee annuali degli azionisti di questa primavera, più di una dozzina di investitori si stanno coordinando per chiedere alle grandi aziende tecnologiche maggiore trasparenza sui consumi idrici ed energetici.
Le assemblee degli azionisti non sono solo un rito societario: per i fondi ESG sono uno strumento legale di pressione, capace di forzare impegni pubblici, modificare le politiche aziendali e, in certi casi, imbarazzare il management davanti ai mercati.
Le promesse e i numeri che non tornano
Il caso più emblematico riguarda Google. Nel 2020, Alphabet si era impegnata a dimezzare le proprie emissioni e ad alimentarsi interamente con energia priva di carbonio entro il 2030. A distanza di cinque anni, le emissioni sono invece cresciute del 51%.
Trillium Asset Management, società di Boston con oltre quattro miliardi di dollari in gestione, ha depositato a dicembre una risoluzione formale presso Alphabet chiedendo di spiegare come intenda onorare quegli impegni, visto il fabbisogno energetico in rapida crescita dei suoi data center. Una risoluzione analoga presentata l’anno scorso aveva ottenuto il sostegno di quasi un quarto degli azionisti indipendenti.
Green Century Capital Management ha invece avviato trattative con Nvidia per presentare una risoluzione che, nelle parole della sua responsabile Giovanna Eichner, miri a “garantire che i guadagni a breve termine dell’IA non vadano a scapito dei rischi climatici e finanziari a lungo termine”.
I dettagli non sono stati resi pubblici ma la direzione è chiara: il settore tecnologico sta scoprendo che l’espansione dell’IA ha un costo ambientale che i mercati cominciano a voler quantificare.
L’acqua come risorsa invisibile
Il sistema di raffreddamento è diventato centrale. I server generano calore in quantità enormi, e raffreddarli richiede molta acqua. Le aziende stanno progressivamente adottando sistemi a circuito chiuso, che riducono sensibilmente i consumi rispetto ai metodi tradizionali. Ma la transizione è parziale e i dati disponibili rimangono frammentati, rendendo difficile valutare l’effettivo impatto sul territorio.
Meta ha registrato un aumento del 51% nel consumo idrico tra il 2020 e il 2024, passando da 3.726 a 5.637 megalitri. Sono numeri che però riguardano solo i siti di proprietà, escludendo quelli in affitto e quelli in costruzione.
Google include nei propri rendiconti anche i siti in affitto ma non quelli gestiti da terze parti. Microsoft comunica il totale complessivo ma non i dati per singolo sito. Amazon non fornisce il totale, limitandosi al consumo per unità di energia prodotta.
L’opacità di Big Tech
Ogni azienda insomma rendiconta in modo diverso, con sistemi di calcolo differenti e metriche non comparabili tra loro. Il risultato pratico è che gli investitori non possono valutare i rischi operativi, confrontare le prestazioni ambientali tra aziende o verificare se gli impegni dichiarati abbiano una corrispondenza nei fatti.
“Non li abbiamo visti divulgare informazioni sufficienti sul loro consumo idrico e sull’impatto sulla comunità locale”, ha detto Jason Qi di Calvert Research and Management. I dati a livello di singolo sito, hanno spiegato gli investitori, sono essenziali per capire dove e quanto le aziende pesano sulle riserve idriche locali, e se stiano lavorando per ripristinarle.
Le aziende rispondono con formule di rito. Un portavoce di Amazon ha dichiarato che l’azienda punta a essere un “buon vicino” e sta investendo in efficienza. Microsoft ha definito la sostenibilità ambientale “un valore fondamentale”. Google ha rifiutato di commentare. Meta non ha risposto.
La pressione non viene solo dai mercati. Le comunità locali si sono già dimostrate capaci di fermare i cantieri, e il settore ne ha preso atto. Dan Diorio, vicepresidente della Data Center Coalition, il gruppo di lobbying che rappresenta le grandi aziende del settore, ha ammesso che migliorare il rapporto con le comunità è diventata una priorità nell’ultimo anno.
“Essere trasparenti riguardo al consumo di energia e acqua, in modo che i residenti capiscano che il progetto non graverà sulle loro risorse, è fondamentale.” Se questa trasparenza si tradurrà in dati reali e comparabili, lo diranno le assemblee di questa primavera.
Fonte: Reuters


