New York chiede lo stop ai data center: “Paghiamo noi il conto delle Big Tech”

by | 8 Feb 2026 | IA

Riassunto IA
  • Lo stato di New York propone una moratoria di almeno tre anni sui permessi per nuovi data center, con previsioni di consumi che raddoppierebbero il fabbisogno elettrico domestico dello stato.
  • Le tariffe elettriche residenziali a New York sono aumentate del 43% tra 2020 e 2025, mentre i data center hanno un’intensità carbonica del 48% superiore alla media nazionale nonostante le dichiarazioni “green” delle Big Tech.
  • Almeno sei stati USA stanno considerando moratorie simili, con una coalizione bipartisan inedita che va da Bernie Sanders a Ron DeSantis, mentre oltre 230 gruppi ambientalisti chiedono un blocco nazionale.
Tempo di lettura: 5 minuti

Lo stato di New York ha presentato venerdì scorso un disegno di legge che imporrebbe una moratoria di almeno tre anni sui permessi per nuovi data center.

È un segnale politico che attraversa l’intero spettro ideologico americano, dal senatore progressista Bernie Sanders al governatore conservatore della Florida Ron DeSantis. Entrambi concordano su un punto: i data center per l’intelligenza artificiale stanno scaricando i loro costi energetici sulle comunità locali, mentre i profitti restano privati.

Il disegno di legge S9144, presentato dalla senatrice democratica Liz Krueger e dalla deputata Anna Kelles, bloccherebbe per almeno tre anni e 90 giorni il rilascio di permessi per impianti progettati per consumare almeno 20 megawatt.

Durante questo periodo, il Dipartimento per la Conservazione Ambientale dello stato dovrebbe produrre una valutazione di impatto ambientale completa, analizzando consumo idrico, emissioni di gas serra e inquinamento acustico.

Parallelamente, la Public Service Commission dovrà calcolare l’impatto sulle tariffe elettriche e proporre meccanismi per evitare che i costi ricadano su utenti residenziali, commerciali e industriali.

La moratoria colpirebbe i data center “hyperscale” privati di Amazon, Meta e Google, ma non il progetto pubblico Empire AI, un’iniziativa di ricerca statale a Buffalo. La distinzione non è casuale: non si tratta di bloccare lo sviluppo tecnologico in sé, ma di fermare una corsa alla scala che sta producendo impatti energetici insostenibili senza chiari benefici pubblici in cambio.

I numeri che non tornano

Le proiezioni contenute nel testo legislativo sono indicative. Il consumo elettrico dei data center nello stato di New York è previsto aumentare di oltre 9.000 megawatt, circa il doppio del consumo elettrico di tutte le famiglie dello stato messe insieme. A livello nazionale, si stima un triplicamento dei data center nei prossimi cinque anni, che consumerebbero più elettricità di 28 milioni di abitazioni.

Ma il punto più interessante è un altro: il 56% dell’elettricità usata dai data center proviene da combustibili fossili, con un’intensità carbonica media del 48% superiore alla media nazionale.

Significa che mentre le Big Tech si dichiarano “carbon neutral” o “100% rinnovabili” attraverso l’acquisto di certificati verdi, i loro impianti stanno bruciando gas e carbone con un’intensità maggiore rispetto alla media dell’economia americana, che include industria pesante, trasporti e tutto il resto.

Il meccanismo è quello che abbiamo già descritto analizzando la retorica sulla “IA sostenibile”: un data center può collegarsi a una rete locale alimentata a gas, far girare i suoi server 24 ore su 24 con quell’energia fossile, e poi comprare certificati di energia rinnovabile prodotti da un parco eolico dall’altra parte del continente. Sul bilancio aziendale risulta “100% rinnovabile” ma fisicamente l’energia consumata è fossile.

IA sostenibile? Quando i crediti verdi nascondono i combustibili fossili di TechTalking.it

“La corsa europea all’intelligenza artificiale si scontra con la realtà energetica. Tra promesse di efficienza e consumi in crescita esponenziale, l’unica certezza è che qualcuno ci sta mentendo.

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Il disegno di legge di New York cita poi esplicitamente un’analisi di Bloomberg, secondo cui il 70% delle località con aumenti anno su anno dei prezzi dell’elettricità all’ingrosso si trovano in prossimità di data center.

Il conto che non si può più nascondere

Le tariffe elettriche residenziali nello stato di New York sono aumentate del 43% tra il 2020 e il 2025, secondo i dati presentati da Eric Weltman di Food & Water Watch durante la conferenza stampa di venerdì. A livello nazionale l’aumento è stato del 13% solo nel 2025.

Studi citati nella mozione documentano la correlazione diretta tra presenza di data center e aumento delle bollette domestiche, un’esternalizzazione dei costi che sta diventando politicamente insostenibile.

La senatrice Krueger ha descritto il suo stato come “completamente impreparato” per i “data center massicci” che stanno “puntando su New York”. “È tempo di premere il pulsante pausa, darci un po’ di respiro per adottare politiche forti sui data center ed evitare di rimanere intrappolati in una bolla che scoppierà lasciando ai clienti delle utility di New York un conto enorme da pagare”.

La metafora della bolla non è casuale. Richiama le dinamiche speculative che abbiamo visto in altri settori tecnologici, dove investimenti miliardari in infrastrutture si sono rivelati sovradimensionati rispetto alla domanda effettiva, lasciando comunità locali con l’eredità di impianti sottoutilizzati e debiti energetici da ripagare.

Il New York Independent System Operator stima già una carenza di 1.600 megawatt entro il 2030, in gran parte dovuta alla domanda di queste tecnologie. La coda di progetti “large load” in attesa di connessione alla rete è quasi raddoppiata in quattro mesi: da circa 6.800 megawatt a settembre 2025 a 12.000 megawatt a gennaio 2026.

La rivolta bipartisan contro i data center

New York è almeno il sesto stato americano a considerare moratorie sui data center. Proposte simili sono state avanzate da democratici in Georgia, Vermont e Virginia, mentre repubblicani hanno sponsorizzato disegni di legge analoghi in Maryland e Oklahoma.

Oltre 230 organizzazioni ambientaliste, tra cui Food & Water Watch, Friends of the Earth e Greenpeace, hanno firmato una lettera aperta al Congresso chiedendo una moratoria nazionale.

La coalizione è inedita. Il democratico Bernie Sanders ha chiesto esplicitamente un blocco nazionale, mentre il repubblicano Ron DeSantis ha dichiarato che i data center porteranno “bollette energetiche più alte solo perché qualche chatbot possa corrompere qualche ragazzino di 13 anni online”.

Raramente si vedono progressisti e conservatori d’accordo su un tema tecnologico, ma quando i costi energetici diventano tangibili nelle bollette degli elettori, le divisioni ideologiche sfumano davanti alla realtà economica.

Il disegno di legge di New York afferma esplicitamente che “la crescita dei data center è incompatibile con gli impegni climatici dello stato”, riferendosi al Climate Leadership and Community Protection Act.

Ma c’è un punto ancora più interessante: anche quando i data center utilizzano energia rinnovabile, spesso “divorano tutta la nuova energia rinnovabile disponibile, impedendo che questa vada a rimpiazzare le centrali a gas e carbone. Che quindi continuano a funzionare”.

È il meccanismo che impedisce la decarbonizzazione reale: ogni megawatt di rinnovabili viene assorbito dall’espansione dei data center invece di sostituire il fossile esistente.

Il tentativo di mediazione di Hochul

La governatrice di New York Kathy Hochul ha annunciato il mese scorso un’iniziativa chiamata Energize NY Development, che si propone di modernizzare le modalità di connessione dei grandi consumatori energetici alla rete, richiedendo loro di “pagare la loro giusta quota”. È un tentativo di trovare una via di mezzo tra il blocco totale proposto dalla moratoria e il libero accesso alle risorse energetiche dello stato.

La tensione è evidente: da un lato c’è la pressione per attrarre investimenti tecnologici e mantenere competitività economica, dall’altro la necessità di proteggere i cittadini da costi energetici insostenibili e rispettare impegni climatici vincolanti.

Il rischio, come ha notato Krueger, è di trovarsi intrappolati in una dinamica dove lo stato sovvenziona de facto l’infrastruttura energetica per le Big Tech mentre i residenti pagano bollette sempre più alte.

Il disegno di legge prevede che durante la moratoria si sviluppino regolamentazioni per minimizzare gli impatti futuri, un riconoscimento implicito che i data center continueranno a essere costruiti, ma che servono regole molto più stringenti di quelle attuali.

La domanda è se tre anni saranno sufficienti per elaborare un framework che bilanci sviluppo tecnologico e tutela delle comunità, o se la pausa servirà principalmente a rallentare una corsa che comunque riprenderà con le stesse dinamiche una volta scaduta la moratoria.

Fonte: TechCrunch

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