Il 2025 non è iniziato nel migliore dei modi per Tesla.
Le vendite negli Stati Uniti sono infatti diminuite del 9% nel primo trimestre, in controtendenza rispetto a un mercato dei veicoli elettrici che invece ha visto un incremento dell’11%.
Il marchio di Elon Musk continua a dominare in termini assoluti (detiene ancora il 44% del mercato EV statunitense) ma perde quota rispetto al 51% registrato un anno fa.
Sul banco degli imputati ci sono diversi fattori: un’offerta di modelli che comincia a mostrare i segni del tempo, il debutto sottotono del Cybertruck, una concorrenza che cresce a vista d’occhio e, non da ultimo, la crescente esposizione politica del suo fondatore.
Il ritorno in corsia dei costruttori tradizionali
A guadagnare terreno, intanto, sono proprio quei colossi dell’automotive che, per anni, sono sembrati incapaci di tenere il passo dell’innovazione elettrica.
General Motors ha lanciato la Chevrolet Equinox EV, un SUV dal prezzo competitivo (35.000 dollari circa) e un’autonomia superiore ai 480 chilometri.
Il risultato? Oltre 10.000 unità vendute nel trimestre. Non male per un modello che l’anno scorso non esisteva nemmeno.
Sommando le vendite dei suoi altri marchi, inclusi Cadillac e GMC, GM ha conquistato l’11% del mercato EV statunitense, quasi il doppio rispetto al 6% di un anno fa.
Anche Ford ha detto la sua con la Mustang Mach-E, che secondo Cox Automotive è stato il veicolo elettrico non-Tesla più venduto.
Ma i dazi rischiano di compromettere il momento favorevole: prodotta in Messico, la Mach-E è ora soggetta alla nuova tariffa del 25% voluta da Trump sulle auto importate. Un aumento che potrebbe costringere Ford a ritoccare i prezzi al rialzo.
Tesla e la questione politica
Mentre Musk si avvicina sempre più a Donald Trump, le sue scelte politiche iniziano ad avere conseguenze commerciali.
Le proteste contro Tesla si moltiplicano e i dati mostrano come democratici e indipendenti, i segmenti demografici più inclini all’acquisto di EV, stiano iniziando a guardare altrove.
Ma è sul fronte internazionale che le difficoltà di Tesla diventano più evidenti. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha inasprito le tensioni già alte, e ha spinto Tesla a sospendere la possibilità di ordinare Model S e Model X sul proprio sito cinese.
Una mossa arrivata subito dopo l’annuncio da parte di Pechino di nuovi dazi sulle auto americane, che ora arrivano fino al 125%. Una risposta diretta alla decisione di Trump di portare al 145% i dazi sui beni cinesi.
L’impatto per Tesla è chiaro: Model S e Model X, entrambi prodotti esclusivamente negli Stati Uniti, diventano improvvisamente meno competitivi. Non che prima lo fossero particolarmente: nel 2024, la Cina ha importato solo 1.553 Model X e 311 Model S, pari a meno dello 0,5% delle oltre 657.000 consegne globali dell’azienda.
L’eccezione Shanghai e la minaccia BYD
C’è però un’eccezione che, almeno in parte, protegge Tesla dagli effetti più pesanti della guerra commerciale: la Gigafactory di Shanghai.È lì che l’azienda produce Model 3 e Model Y, i due modelli di maggior successo, destinati sia al mercato cinese che all’export europeo.
Ma anche in Cina la concorrenza si fa sentire. BYD e gli altri produttori locali stanno erodendo rapidamente quote di mercato e approfittano della penalizzazione tariffaria dei modelli americani per rafforzare la loro posizione.
A livello globale, Tesla ha registrato un calo del 25% nelle consegne della categoria premium che include Model S, Model X e Cybertruck.
Un dato che racconta non solo la mancanza di innovazione sui modelli di fascia alta ma anche una crescente stanchezza nei confronti di un brand che sta pagando a caro prezzo le scelte, sempre più divisive, del suo fondatore.


