Duecentocinquanta miliardi di dollari in investimenti diretti, altri 250 in garanzie creditizie governative, dazi ridotti dal 20 al 15 per cento.
Sono i numeri dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Taiwan annunciato ieri dal Dipartimento del Commercio americano, il risultato di mesi di negoziati (e di sei viaggi a Washington della delegazione di Taipei) che l’amministrazione Trump ha salutato come il “ripristino della leadership americana nella produzione di semiconduttori”.
Il segretario al Commercio Howard Lutnick non ha usato mezzi termini: “Porteremo tutto qui in modo da diventare autosufficienti nella capacità di produrre semiconduttori”. L’obiettivo dichiarato è trasferire negli Stati Uniti il 40 per cento della catena di approvvigionamento taiwanese.
L’intesa prevede anche l’eliminazione dei dazi su farmaci generici, componenti aeronautici e alcune risorse naturali.
Taiwan è anche un importante fornitore di prodotti siderurgici per gli Stati Uniti, in particolare elementi di fissaggio metallici. Ma sono chip ed elettronica a dominare gli scambi: rappresentano il 90 per cento del deficit commerciale americano con l’isola.
Nel 2024 gli USA hanno persino superato la Cina come primo mercato di esportazione per Taipei.
TSMC raddoppia in Arizona, spinta dall’IA
Al centro dell’accordo c’è immancabilmente Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, il colosso che produce chip per Apple, Nvidia e AMD.
L’amministratore delegato C.C. Wei ha confermato l’acquisto di un secondo appezzamento di terreno in Arizona, dove l’azienda costruirà un “cluster gigafab indipendente”. “Questo vi dà un’idea di cosa abbiamo in programma, perché ne abbiamo bisogno. Espanderemo molte fab là fuori”, ha dichiarato durante la conference call sui risultati trimestrali.
I 100 miliardi di dollari già promessi da TSMC lo scorso marzo saranno conteggiati nei 250 miliardi complessivi dell’accordo.
Per il 2026 l’azienda prevede spese in conto capitale record, tra 52 e 56 miliardi di dollari contro i 41 dell’anno precedente, un incremento attribuito alla domanda esplosiva di chip per l’intelligenza artificiale. TSMC ha registrato margini lordi superiori al 60 per cento ma ha anche ammesso che il processo per avviare una nuova fabbrica richiede il doppio del tempo in Arizona rispetto a Taiwan.
Il principio della “unica Cina” e le proteste della Cina
La reazione della Cina non si è fatta attendere. Venerdì il Ministero degli Esteri ha ribadito la propria “ferma opposizione a qualsiasi paese che abbia relazioni diplomatiche con la Cina e che firmi accordi con implicazioni di sovranità o di natura ufficiale con la regione di Taiwan”, esortando Washington a rispettare il principio della “unica Cina” e i tre comunicati congiunti sino-americani.
Un linguaggio diplomatico consolidato ma che segnala come l’accordo commerciale venga letto a Pechino anche in chiave geopolitica.
Ma anche a Taiwan il dibattito è acceso. I funzionari governativi hanno cercato di minimizzare l’idea di una delocalizzazione massiccia, sottolineando le radici profonde dell’industria dei semiconduttori sull’isola.
“Taiwan ha una montagna sacra che protegge la nazione”, ha dichiarato il premier Cho Jung-tai, evocando la metafora che descrive TSMC come scudo strategico contro le ambizioni cinesi. Finché la produzione più avanzata resterà in patria, ha aggiunto, Taiwan potrà mantenere il predominio globale.
Ma non tutti condividono questo ottimismo. Jason Hsu, ex legislatore taiwanese e senior fellow all’Hudson Institute, ha avvertito che le decine di aziende fornitrici di TSMC operano con margini molto più ridotti rispetto al colosso: “Senza questi fornitori periferici, TSMC non sarà in grado di operare alla stessa scala e con la stessa efficienza che ha a Taiwan”.
Più chip americani, meno protezione per Taiwan?
La questione più delicata è però un’altra. L’anno scorso il Dipartimento del Commercio USA ha acquisito una partecipazione in Intel, il rivale americano di TSMC, nell’ambito della spinta a produrre tecnologia all’avanguardia sul suolo nazionale. Un segnale che Washington punta all’autosufficienza, non solo alla diversificazione.
Dachrahn Wu, direttore di un centro di ricerca economica alla National Central University di Taoyuan, ha sollevato la domanda che molti a Taipei preferirebbero evitare: “Se gli Stati Uniti avranno una propria catena di approvvigionamento, perché dovrebbero proteggere Taiwan?”.
È il paradosso al cuore dell’accordo: ogni fabbrica americana avvicina gli USA all’indipendenza tecnologica ma potrebbe allontanarli dall’impegno a difendere l’isola che quei chip li produce da decenni.
Non a caso, c’è chi di questi tempi si spinge oltre, ipotizzando che l’autosufficienza americana nei chip possa preludere a un disimpegno strategico da Taiwan. Una pedina da scambiare con Pechino in cambio di altre concessioni geopolitiche.


