Dazi USA a Taiwan al 32%. I chip sono esclusi ma il segnale è chiaro

by | 4 Apr 2025 | Business, Tech War

Tempo di lettura: 2 minuti

L’annuncio di nuovi dazi del 32% su tutte le esportazioni taiwanesi verso gli Stati Uniti, con l’eccezione dei semiconduttori, ha colto Taipei di sorpresa.

La notizia, diffusa mercoledì da Washington, ha immediatamente provocato la reazione del governo taiwanese, che ha definito le tariffe “ingiuste e irragionevoli” e ha preannunciato una protesta formale presso l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti.

L’esclusione dei chip dal pacchetto tariffario non basta tuttavia a rassicurare Taiwan, fulcro globale della produzione di semiconduttori.

Le tensioni commerciali e geopolitiche con Washington stanno crescendo e il settore dei chip, pur risparmiato per ora, resta in cima all’agenda strategica dell’amministrazione Trump, che da mesi chiede a Taiwan e ad altri alleati asiatici di rafforzare i propri investimenti sul suolo americano.

La catena globale dei chip che complica i dazi

Il motivo per cui i chip sono stati esclusi dai nuovi dazi è anche di natura tecnica.

Come ha spiegato al New York Times Jimmy Goodrich, analista senior per la tecnologia presso la RAND Corporation, “pochissimi semiconduttori vengono importati direttamente negli Stati Uniti; la maggior parte è incorporata in prodotti finiti”.

La filiera produttiva dei chip è infatti estremamente frammentata e transnazionale. I chip più avanzati sono realizzati quasi esclusivamente a Taiwan ma poi vengono inviati in paesi come la Malesia per essere testati e successivamente integrati in dispositivi assemblati in Cina o Messico, come iPhone o server per l’intelligenza artificiale.

Nona caso Martin Chorzempa, del Peterson Institute for International Economics, ha osservato: “È molto più complicato che dire: ‘mettiamo un dazio sull’acciaio’”.

Anche i chip prodotti da TSMC nello stabilimento americano di Arizona devono lasciare gli Stati Uniti per essere integrati in altri componenti, prima di rientrare come parte di un prodotto finito.

“Qualsiasi chip prodotto oggi in Arizona dovrà comunque lasciare gli Stati Uniti per un certo periodo prima di rientrare”, ha dichiarato Ming-Yen Ho, ricercatore dell’Institute for Democracy, Society and Emerging Technology.

TSMC e l’illusione di una tregua

Le autorità taiwanesi avevano nutrito speranze su un miglioramento dei rapporti con Trump, anche alla luce del colossale investimento da 100 miliardi di dollari annunciato da TSMC negli Stati Uniti.

Il progetto, lanciato durante il primo mandato di Trump e sostenuto finanziariamente dall’amministrazione Biden, punta a rafforzare la capacità produttiva in Arizona, cuore del nuovo distretto americano dei semiconduttori.

Trump ha elogiato pubblicamente TSMC per questo sforzo ma non ha dato segnali concreti di voler fermare la pressione su Taiwan. Al contrario, la sua amministrazione spera che anche altri attori del settore, come le sudcoreane Samsung e SK Hynix o la taiwanese Global Wafers, decidano di investire ancora di più sul territorio statunitense.

L’arma geopolitica del gas

Nel tentativo di allentare la tensione, il presidente taiwanese Lai Ching-te ha recentemente dichiarato l’interesse di Taipei ad acquistare gas naturale da un progetto statunitense in Alaska, fermo da anni.

Un gesto di buona volontà, con il chiaro intento di dimostrare apertura verso Washington. Che però, secondo molti osservatori, potrebbe non bastare.

“Il governo taiwanese ha valutato con troppa ingenuità il rapporto con Trump”, ha dichiarato Jason Hsu, ex parlamentare del Partito Nazionalista e oggi analista presso l’Hudson Institute. “Pensavano ingenuamente che Trump sarebbe stato clemente, specialmente dopo l’annuncio di TSMC”.

Con circa un quarto delle esportazioni taiwanesi destinate al mercato americano, le nuove misure potrebbero avere un impatto significativo sull’economia dell’isola.

Il governo di Taipei, preoccupato anche per le ripercussioni globali della scelta di Trump, ha ribadito la necessità di rafforzare il dialogo bilaterale. Ma l’era del commercio libero e dei sorrisi sembra ormai alle spalle.

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