I dazi annunciati ieri da Donald Trump hanno acceso lo scontro commerciale tra Stati Uniti e resto del mondo.
Il presidente ha deciso di imporre nuove tariffe su una serie di beni importati, colpendo in particolare Paesi come Cina, Messico, Giappone, Canada e diversi Stati europei.
Alla base della sua politica commerciale c’è l’idea, più volte espressa pubblicamente, che sia inaccettabile per gli Stati Uniti importare più beni di quanti ne esportino.
Quello che Trump non dice
Trump, però, fa finta di ignorare che il saldo commerciale americano cambia completamente se si guardano i servizi.
In quel settore che include finanza, ingegneria, turismo, tecnologia e sanità, gli Stati Uniti vantano un enorme vantaggio competitivo, con un surplus commerciale vicino ai 300 miliardi di dollari.
Solo nel 2024, infatti, le esportazioni di servizi hanno portato oltre mille miliardi di dollari nell’economia americana.
Molti dei Paesi ora presi di mira con i dazi, tra cui Cina, Giappone, Messico e Canada, oltre a gran parte dell’Europa, registrano un forte deficit nei servizi con gli USA. In altre parole, acquistano molti più servizi americani di quanti ne esportino a loro volta.
Il che offre loro una leva potenziale per colpire l’economia statunitense in modo asimmetrico, se decideranno di reagire.
Come ha dichiarato al New York Times Mujtaba Rahman, managing director per l’Europa del think tank Eurasia Group, «il vero potere contrattuale degli europei risiede proprio nel settore dei servizi. La situazione è destinata a peggiorare prima di migliorare».
Bruxelles affila le armi: Google e Apple nel mirino
L’Unione Europea sta valutando l’uso dello Strumento anti-coercizione, un meccanismo normativo approvato nel 2021 ma ancora mai applicato, che consente di colpire un partner commerciale con una vasta gamma di contromisure.
Tra queste ci sono dazi, restrizioni agli scambi di servizi e limiti alla circolazione della proprietà intellettuale legata al commercio.
Una simile mossa avrebbe conseguenze dirette sui giganti tecnologici statunitensi come Google, Meta o Apple, che generano profitti significativi proprio in Europa.
Diverse fonti diplomatiche europee confermano che l’uso dello strumento è considerato una possibilità concreta, nel caso in cui la guerra commerciale innescata da Trump dovesse intensificarsi.
Bruxelles, del resto, ha una lunga tradizione di scontro con l’industria tech americana, della quale abbiamo più volte scritto. Da oltre un decennio infatti l’UE accusa le Big Tech di pratiche anticoncorrenziali, scarsa protezione dei dati e gestione troppo blanda dei contenuti illegali.
Questa pressione normativa ha costretto i colossi USA a cambiare concretamente i propri servizi: Google ha rivisto il modo in cui mostra i risultati di ricerca, Apple ha modificato il funzionamento dell’App Store, Meta ha adattato le interfacce di Instagram e Facebook.
E il pressing europeo non si ferma. Proprio questa settimana Bruxelles dovrebbe annunciare nuove sanzioni contro Apple e Meta per violazione del Digital Markets Act, legge approvata nel 2022 per frenare lo strapotere delle piattaforme dominanti.
Meta e X sono inoltre sotto indagine per non aver fatto abbastanza nel contrasto ai contenuti illeciti, secondo quanto previsto dal Digital Services Act.
Londra, come sempre, gioca su due tavoli
Nel mezzo di questo scontro frontale tra Washington e Bruxelles, il Regno Unito tenta una difficile posizione intermedia.
I ricercatori di Chatham House parlano di una “zona Goldilocks”, e l’idea è mantenere buoni rapporti sia con l’Unione Europea sia con gli Stati Uniti, evitando prese di posizione drastiche e tenendo in piedi un sistema regolatorio che sia compatibile con entrambi.
In questo modo Londra spera di negoziare condizioni favorevoli con entrambe le sponde dell’Atlantico, ed evitare così le conseguenze più dure dei dazi americani.
A rafforzare questa linea c’è il fatto che il commercio di beni tra USA e UK è relativamente bilanciato. Ma non tutto fila liscio.
Un punto dolente nei rapporti con Washington è rappresentato dalla digital services tax, introdotta dal Regno Unito nel 2020: un’imposta del 2% sui ricavi dei grandi operatori digitali, come motori di ricerca, social network e marketplace online.
Secondo l’amministrazione Trump, questa tassa penalizza in modo scorretto i colossi tecnologici americani.
I funzionari britannici hanno confermato che la questione fiscale è al centro delle trattative con gli Stati Uniti. Il mese scorso, la ministra dell’Economia Rachel Reeves ha dichiarato: «Dobbiamo trovare il giusto equilibrio».
Ma quanto a lungo Londra potrà restare nella sua zona Goldilocks resta un’incognita e prima o poi il Regno Unito sarà costretto a prendere posizione: o con l’Europa o con gli Stati Uniti.
Quando quel momento arriverà, il prezzo della sua attuale ambiguità potrebbe rivelarsi salato.


