Nel 2011, Trevor Hise aveva davanti una scelta che molti genitori avrebbero considerato ovvia. Da una parte c’era General Electric, cioè un lavoro stabile, riconoscibile, dentro una grande azienda industriale americana. Dall’altra c’era SpaceX, una start-up ancora giovane, molto ambiziosa ma tutt’altro che sicura.
Hise scelse la seconda strada. Restò a lavorare per dodici anni nell’azienda spaziale fondata da Elon Musk, quando ancora non era affatto scontato che quei razzi sarebbero diventati il simbolo della nuova economia dello spazio. Oggi possiede più di 100.000 azioni della società e se la quotazione in Borsa avverrà al prezzo atteso di 135 dollari per azione, quel pacchetto varrà almeno 13,5 milioni di dollari.
La sua storia è una delle tante che spiegano perché l’IPO di SpaceX non sia solo un evento finanziario per Musk, per i fondi della Silicon Valley o per gli investitori che hanno puntato sull’azienda negli anni.
La quotazione rischia di diventare anche un enorme trasferimento di ricchezza verso migliaia di persone che in SpaceX hanno lavorato, spesso accettando stipendi, ritmi e rischi molto diversi da quelli di una grande azienda tradizionale.
SpaceX: migliaia di milionari
Secondo un’analisi di Hill.com, piattaforma di investimento di San Francisco che ha facilitato lo scambio di azioni private di SpaceX, più di 4.400 dipendenti ed ex dipendenti dell’azienda potrebbero diventare milionari con il debutto in Borsa. Il dato più impressionante è che circa 400 persone potrebbero arrivare a patrimoni da almeno 100 milioni di dollari.
È qui che la vicenda diventa eccezionale. Nelle grandi IPO tecnologiche è normale che i fondatori e i primissimi investitori diventino ricchissimi. È molto meno comune che una platea così ampia di dipendenti, tecnici, ingegneri, manager e lavoratori che hanno partecipato alla crescita dell’azienda, possa trovarsi davanti a cifre capaci di cambiare una vita intera.
SpaceX conta oggi circa 22.000 dipendenti. Negli anni, alcuni se ne sono andati, altri hanno lavorato nei siti di lancio o negli uffici del complesso industriale dell’azienda nel Sud del Texas. Per una parte di loro, le azioni ricevute come componente della retribuzione stanno per trasformarsi in una ricchezza difficilmente immaginabile quando SpaceX era ancora un’impresa piena di incertezze.
Come il rischio è diventato patrimonio
Il meccanismo è quello tipico di molte aziende tecnologiche in crescita. Una parte della retribuzione non arriva solo in denaro ma anche in azioni o strumenti collegati alle azioni. È un modo per convincere i dipendenti a condividere il rischio dell’azienda e, se le cose vanno bene, anche il suo successo.
Nel caso di SpaceX, quel rischio è stato molto concreto. I razzi non erano ancora una macchina industriale prevedibile, i fallimenti tecnici facevano parte del percorso e Musk, per anni, ha espresso diffidenza verso le società quotate, obbligate a comunicare periodicamente i propri risultati agli azionisti. Non era affatto certo che SpaceX sarebbe mai arrivata in Borsa.
Gavin Petit, entrato in azienda nel 2012 come ingegnere per la supervisione dei lanci, ricevette diverse migliaia di azioni oltre a uno stipendio da 80.000 dollari. All’epoca ogni azione valeva 13,80 dollari. Negli anni scelse anche di ricevere i bonus in ulteriori azioni. Oggi ne possiede più di 50.000, abbastanza per renderlo multi-milionario.
La ricchezza non è subito contante
Prima della quotazione, i dipendenti di aziende private come SpaceX possono vendere le proprie azioni solo in occasioni controllate, i cosiddetti eventi di liquidità. Sono finestre organizzate periodicamente dall’azienda, nel caso citato dal New York Times con cadenza semestrale, in cui i dipendenti possono cedere una parte delle azioni private ad acquirenti autorizzati. Non è una vendita libera sul mercato in quanto avviene entro regole definite, con compratori selezionati e spesso con limiti precisi sulle quantità.
Questi momenti servono a dare ai dipendenti una possibilità di monetizzare parte del valore accumulato prima della quotazione, senza trasformare l’azienda in una società pubblica. Anche dopo l’I.P.O., però, la ricchezza non si trasforma automaticamente in denaro disponibile. Come avviene di solito nelle quotazioni, SpaceX limita il momento in cui dipendenti ed ex dipendenti possono vendere le azioni.
La ragione è semplice: se troppe persone vendessero subito, il mercato potrebbe essere inondato di titoli appena quotati, con il rischio di spingere il prezzo al ribasso e rendere più instabile il debutto. I vincoli servono anche a rassicurare gli investitori sul fatto che chi conosce meglio l’azienda non sta uscendo immediatamente dal capitale.
Il premio di chi ha tenuto duro
La parte più interessante della storia è che non tutti hanno avuto la stessa pazienza, o la stessa fortuna. Alcuni ex dipendenti pensavano che SpaceX non sarebbe mai arrivata alla Borsa. Altri hanno preferito vendere prima, magari perché avevano bisogno di liquidità, magari perché non volevano concentrare troppo patrimonio in un’unica società privata.
Chi invece ha resistito si trova ora davanti a un passaggio raro anche per gli standard della Silicon Valley. Hise, che oggi si considera semi-pensionato, ha assunto un consulente finanziario con la moglie e sta creando una fondazione per donare parte della nuova ricchezza.
Petit non sa ancora se venderà o che cosa farà del patrimonio accumulato. Helvin Bacareza, entrato in SpaceX nel 2020 e uscito dopo due anni, ha detto di aver accumulato una quantità “sostanziale” di azioni e di non avere alcuna intenzione di venderle subito. Il paradosso è tutto nel confronto iniziale. Nel 2011, il posto sicuro sembrava General Electric, mentre SpaceX era la scelta azzardata.
Oggi la quotazione dell’azienda di Musk potrebbe attribuire a SpaceX una valutazione da 1.770 miliardi di dollari, circa cinque volte il valore di Borsa di General Electric. E trasformare quella scommessa in uno dei più grandi eventi di arricchimento diffuso mai visti dentro una società tecnologica. Non solo per il fondatore o per i venture capitalist ma anche per le migliaia di persone che, anni fa, accettarono di farsi pagare anche con una promessa alquanto incerta
Fonte: The New York Times


