Duecentomila parole. È la lunghezza del documento che SpaceX ha depositato mercoledì per la sua IPO, e già questo dice qualcosa sull’azienda che Elon Musk ha costruito in 24 anni.
La visione dichiarata è estendere “la luce della coscienza alle stelle”, sfruttare il sole “per alimentare un’intelligenza artificiale in cerca della verità”, trasportare passeggeri sulla Luna e su Marte. Nel mezzo, qualche dettaglio contabile: un’azienda ancora in perdita, una struttura di governance senza precedenti e la più grande quotazione in Borsa della storia.
Come abbiamo scritto nel nostro editoriale “Musk, SpaceX e la fantascienza come business plan”, il confine tra visione e strategia industriale in casa SpaceX è alquanto labile.
Il documento depositato mercoledì lo conferma punto per punto, tant’è che si legge del “emergere di nuovi mercati da migliaia di miliardi di dollari sulla Luna, su Marte e oltre”,
La valutazione target è 1.750 miliardi di dollari. Se raggiunta, farebbe di SpaceX una delle aziende più capitalizzate al mondo. Musk, che detiene circa il 41% delle azioni, diventerebbe il primo trilionario della storia.
La scommessa sull’IA
Il prospetto chiarisce che SpaceX non è più, o non è solo, una società missilistica. Musk ha identificato nell’intelligenza artificiale il mercato più grande che l’azienda può aggredire: un potenziale da 26.500 miliardi di dollari, tredici volte il valore stimato del segmento Starlink e delle operazioni spaziali messe insieme.
Il problema è che in quel mercato SpaceX parte svantaggiata perché OpenAI, Anthropic e Google sono avanti. L’anno scorso l’azienda ha investito quasi 13 miliardi in hardware per l’IA, accumulando una perdita operativa di 6,4 miliardi su quel segmento. Starlink ha generato 4,4 miliardi di reddito operativo, non abbastanza da coprire il buco. Il risultato è una perdita netta complessiva.
Qui entra in scena un dettaglio del documento che abbiamo già riportato. Anthropic, concorrente diretto di xAI, il laboratorio di IA di Musk, pagherà 15 miliardi di dollari all’anno per affittare spazio nei due centri dati di punta di SpaceX, i Colossus.
L’accordo vale potenzialmente 45 miliardi entro maggio 2029. È un’iniezione di liquidità che compensa largamente le spese hardware, ma che racconta anche qualcosa di più: Grok, il chatbot di Musk, non sta generando abbastanza domanda da consumare da solo la capacità computazionale costruita. Col risultato che il rivale la affitta.
SpaceX: data center in orbita
Il passo successivo, nel piano di SpaceX, è portare letteralmente i data center nello spazio. Una costellazione di strutture orbitali, alimentate dal sole e raffreddate dal vuoto, che dovrebbe servire l’IA “su scala estrema”, come ha scritto Musk su X mercoledì.
Zero costi di raffreddamento, energia solare permanente e, dettaglio non secondario, una collocazione geografica che sfugge per definizione a qualsiasi giurisdizione regolativa terrestre.
SpaceX trasporta già l’80% di tutta la massa immessa in orbita ogni anno dal 2023, grazie alla capacità di lanciare satelliti a basso costo che le ha permesso di dominare il mercato. La Starship, il razzo riutilizzabile più alto di un edificio di 35 piani, è il vettore su cui poggia l’intera architettura.
Un investitore citato nel pezzo del Financial Times osserva che i data center orbitali “funzionano con o senza Grok”: se xAI non dovesse sfondare, SpaceX avrebbe comunque costruito quello che definisce “CoreWeave in cielo”, un’infrastruttura cloud in orbita da affittare al miglior offerente.
Un CEO inamovibile, per statuto
La struttura di governance di SpaceX è costruita per rendere Musk inamovibile. Il consiglio gli ha assegnato 1,3 miliardi di azioni di classe B con diritto di voto decuplicato: dieci voti per azione.
Musk potrà esercitarne il potere di voto immediatamente, controllando il 93,6% dei voti di classe B. Può essere rimosso dalla carica di CEO o presidente solo da una maggioranza di quella classe. Che è, nei fatti, lui stesso.
Le azioni maturano in tranche al raggiungimento di soglie di capitalizzazione, ma anche al verificarsi di due condizioni più ambiziose: la costruzione di data center orbitali operativi, oppure la creazione di una colonia umana permanente su Marte con almeno un milione di abitanti.
Sul fronte dei conflitti di interessi, il prospetto rivela che SpaceX ha acquistato 131 milioni di dollari di Cybertruck da Tesla al prezzo di listino. Il documento dedica anche 37 pagine ai fattori di rischio. Musk ha accettato un lock-up di 366 giorni prima di poter vendere le proprie azioni: il doppio dei 180 giorni standard per le IPO.
Chi vince e a quale prezzo
Se la quotazione raggiungerà la valutazione target, le ricchezze che si sbloccheranno per l’entourage di Musk saranno considerevoli.
La presidente Gwynne Shotwell e il CFO Bret Johnsen avranno pacchetti azionari da oltre un miliardo ciascuno. Antonio Gracias, storico sostenitore di Musk e membro del consiglio tramite Valor Equity Partners, detiene 503 milioni di azioni che potrebbero valere 70 miliardi o più.
Goldman Sachs guiderà l’operazione, dopo aver battuto Morgan Stanley, JPMorgan e gli altri grandi nomi di Wall Street. In totale, 23 istituti agiranno da sottoscrittori. Una quota delle azioni sarà riservata agli investitori retail tramite Schwab, Fidelity e Robinhood.
Il prospetto avverte, in chiusura, che SpaceX “ha una storia di perdite nette e potrebbe non raggiungere la redditività in futuro”. È una formula di rito, nei documenti S-1. Ma nel caso di SpaceX suona diversamente: perché l’azienda non sta chiedendo agli investitori di credere a un piano di business. Sta chiedendo loro di credere a un piano per il sistema solare.
Fonte: Financial Times


