Mentre l’Europa accusa formalmente TikTok di aver progettato funzionalità che creano dipendenza nei minori, dall’altra parte dell’Atlantico si è aperto il primo processo che potrebbe ridefinire la responsabilità legale delle piattaforme social.
Nell’aula del tribunale di Los Angeles, l’avvocato Mark Lanier ha sintetizzato il caso contro Meta e YouTube in tre parole: “dipendenza, cervelli, bambini”. La querelante, una ventenne californiana identificata come K.G.M., sostiene che Instagram e YouTube non siano semplici app ma “trappole” progettate per creare dipendenti, non utenti.
Meta ha risposto scaricando la responsabilità sul contesto familiare: i problemi di salute mentale della giovane deriverebbero da abusi e turbamenti in famiglia, non dai social media.
La strategia anti-tabacco applicata al tech
Il processo di Los Angeles è il primo di migliaia di cause coordinate contro Meta, Snap, TikTok e YouTube che adottano una teoria legale radicalmente nuova: equiparare i social media a prodotti intrinsecamente dannosi come sigarette e gioco d’azzardo.
L’accusa punta il dito contro meccanismi specifici (scroll infinito, riproduzione automatica dei video, suggerimenti algoritmici), sostenendo che siano progettati per innescare uso compulsivo.
La strategia riprende esplicitamente il modello usato contro Big Tobacco nel secolo scorso, quando i documenti interni delle compagnie di sigarette rivelarono la consapevolezza dei danni alla salute deliberatamente occultati.
Una vittoria dei querelanti aprirebbe scenari dirompenti: risarcimenti miliardari, effetto domino su migliaia di cause pendenti, e soprattutto l’obbligo di riprogettare meccanismi fondamentali del modello di business basato sull’engagement.
Le piattaforme si difendono negando l’esistenza di prove scientifiche sulla dipendenza e invocando la Section 230, la legge che le protegge dalla responsabilità sui contenuti pubblicati dagli utenti. Ma questa volta il fronte d’attacco è diverso: non riguarda cosa viene pubblicato, ma come le piattaforme sono costruite.
Quando i documenti interni diventano prove d’accusa
Durante la sua arringa di apertura durata quasi due ore, Lanier ha presentato alla giuria documenti interni di Meta e YouTube risalenti al 2011 che dimostrano come i dirigenti conoscessero e discutessero gli effetti negativi dei loro prodotti sui bambini.
Una presentazione di YouTube mostrava la strategia per attrarre bambini sotto i 4 anni, con l’azienda che si paragonava esplicitamente a una babysitter.
Altri documenti rivelano che la società madre di YouTube definiva alcuni prodotti “slot machines” e includeva immagini di casinò, con la nota: “Questi sono casinò dell’attenzione. Il banco vince sempre”.
In almeno due occasioni, dipendenti di Meta hanno paragonato le tattiche aziendali a quelle delle compagnie del tabacco. Un documento interno del 2018 è ancora più esplicito: “Se vogliamo vincere in grande con gli adolescenti, dobbiamo portarli dentro quando sono preadolescenti”.
I dati confermavano la strategia: chi si iscriveva a Facebook a 11 anni mostrava una fidelizzazione a lungo termine quattro volte superiore rispetto a chi si iscriveva a 20 anni.
Nel processo parallelo in New Mexico sulla dipendenza e lo sfruttamento sessuale dei minori, l’accusa ha sostenuto che “internamente, Meta sapeva chiaramente che la sicurezza dei giovani non era la sua priorità aziendale, che le misure di sicurezza erano sotto-finanziate, inefficaci e deprioritizzate, e che la sicurezza dei giovani era meno importante della crescita e del coinvolgimento”.
L’offensiva regolamentare contro i social
Il processo californiano si inserisce in un’ondata regolamentare globale che sta ridefinendo le responsabilità delle piattaforme verso i minori. A dicembre l’Australia ha vietato l’uso dei social media ai minori di 16 anni, mentre Malesia, Spagna e Danimarca stanno considerando misure simili.
L’Unione Europea e la Gran Bretagna hanno già approvato leggi che limitano determinate funzionalità per i più giovani, e la recente accusa formale della Commissione Europea contro TikTok rappresenta il primo caso applicativo del Digital Services Act su questo fronte.
Negli Stati Uniti, decine di procuratori generali statali hanno avviato cause contro le piattaforme per danni ai minori. Quest’estate altri processi federali inizieranno a Oakland, in California, dove distretti scolastici e stati sosterranno che i social media costituiscono un disturbo pubblico e che le istituzioni hanno dovuto sostenere i costi sanitari per trattare una generazione di giovani affetti da uso compulsivo.
Il processo contro Meta e YouTube durerà dalle sei alle otto settimane e vedrà testimoniare Mark Zuckerberg e Neal Mohan, amministratore delegato di YouTube. Snap e TikTok hanno già raggiunto accordi riservati con K.G.M., pur rimanendo imputate nelle altre cause, un segnale della vulnerabilità legale percepita.
Il fattore umano oltre i documenti
Nell’aula erano presenti rappresentanti di gruppi per la sicurezza infantile e genitori che hanno citato in giudizio Meta e YouTube. Durante la pausa pranzo alcuni sono usciti in lacrime, abbracciandosi.
La difesa di Meta ha cercato di frammentare la causalità presentando cartelle cliniche e messaggi che documentano abusi verbali e fisici subiti da K.G.M. dalla madre, e l’abbandono del padre.
L’avvocato Paul Schmidt ha sottolineato che all’età di 3 anni, prima ancora di usare Instagram, la giovane era già seguita da un terapeuta per problemi di salute mentale, e che secondo i medici soffriva di ansia e disturbi alimentari legati al contesto familiare.
La posta in gioco va oltre i risarcimenti individuali: questi processi potrebbero costringere a ripensare meccanismi di design considerati fino ad oggi intoccabili perché alla base del modello economico delle piattaforme.
Se i documenti interni dimostrassero che la dipendenza non è un effetto collaterale ma una caratteristica progettuale consapevole, la protezione legale tradizionale potrebbe non reggere. E migliaia di altre cause attendono di vedere come andrà a finire a Los Angeles.
Fonte: The New York Times


