Giovedì pomeriggio il consiglio di amministrazione di Warner Bros. Discovery ha comunicato a David Ellison che la sua offerta è stata giudicata superiore a quella di Netflix.
I consulenti di Paramount Skydance si sono quindi preparati ad almeno altri quattro giorni di trattative serrate: Netflix aveva infatti il diritto di rilanciare, e Ted Sarandos, co-amministratore delegato dello streamer, aveva passato l’intera settimana precedente a difendere pubblicamente il proprio accordo.
Due ore dopo, la telefonata che ha cambiato tutto. Sarandos ha richiamato per dire che Netflix si ritirava.
Venerdì e arrivato l’annuncio ufficiale: Paramount e Warner Bros. hanno raggiunto un accordo definitivo di fusione da 110 miliardi di dollari. Nasce così un colosso che riunisce sotto un’unica proprietà due grandi studi di Hollywood, HBO, CBS e una ventina di reti via cavo.
A controllarlo sarà la famiglia Ellison: David, 43 anni, cinefilo e imprenditore, e suo padre Larry, fondatore di Oracle e garante finanziario dell’intera operazione. Perché senza i miliardi e le relazioni del padre, questa partita non si sarebbe nemmeno aperta.
La reazione di Wall Street dice molto sullo stato del settore. Le azioni di Netflix, che avevano perso oltre il 30% da quando lo streamer aveva avviato la sua offerta (più di 100 miliardi di dollari di capitalizzazione evaporati), sono risalite immediatamente dopo l’annuncio del ritiro.
Gli azionisti hanno festeggiato la rinuncia, non la lotta. Un segnale che il mercato considera le mega-acquisizioni nel settore media più un rischio che un’opportunità.
Paramount: nove offerte e una controffensiva
La strada verso l’accordo è stata tutt’altro che lineare. Nonostante avesse appena trascorso quasi due anni a inseguire Paramount stessa, Ellison ha inizialmente sottovalutato quanto sarebbe servito per comprare Warner Bros.
Le prime offerte sono state respinte come insufficienti, aprendo la porta a rivali come Comcast e Netflix. Quando il 5 dicembre Warner Bros. ha annunciato un accordo con Netflix, Ellison e il suo team sono rimasti increduli. Ma non si sono fermati.
Tre giorni dopo, Paramount ha lanciato un’offerta pubblica d’acquisto rivolta direttamente agli azionisti, scavalcando il consiglio. “Vogliamo portare la nostra proposta direttamente agli azionisti di WBD affinché possano valutare un’offerta chiaramente superiore, sia in termini di valore economico che di certezza regolatoria”, ha dichiarato Ellison.
È seguita una campagna pubblica martellante, con il suo principale investitore Gerry Cardinale (sì, il proprietario, tra molte altre cose, del Milan) a criticare apertamente l’accordo Netflix e a insinuare che il consiglio di Warner Bros. fosse prevenuto.
Dietro le quinte, le cose erano più complicate. Warner Bros. temeva che Paramount potesse cambiare i termini all’ultimo momento o ritirarsi, e nutriva preoccupazioni sulle fonti di finanziamento dell’operazione.
Paramount stava prendendo in prestito decine di miliardi di dollari, più del doppio della propria capitalizzazione di mercato. Era in gioco solo grazie alla garanzia finanziaria di Larry Ellison.
Ci sono volute nove offerte, con concessioni progressive su termini e prezzo, prima che il consiglio di Warner Bros. accettasse almeno di sedersi al tavolo.
La partita politica di Washington
Se la leva finanziaria ha tenuto Paramount in corsa, è stata la leva politica a ribaltare il gioco. Ellison si è recato a Washington più volte, incontrando Trump, cenando con il suo consigliere Stephen Miller, rispondendo alle domande dei senatori.
L’azione era rafforzata da anni di donazioni politiche della famiglia Ellison. Il raggio d’azione si è quindi esteso all’Europa: colloqui con Emmanuel Macron, con il segretario alla cultura britannico. E ancora, visite ai procuratori generali democratici in California.
La strategia era precisa: dipingere l’accordo Netflix come anticoncorrenziale e parte di un disegno monopolistico sul mercato dello streaming. Paramount ha inondato il dibattito pubblico con dichiarazioni che Netflix e Warner Bros. consideravano fuorvianti, ma che media e politici hanno amplificato senza esitazioni.
Il risultato è stato un’ondata di pressione bipartisan: la Commissione Giustizia del Senato ha convocato un’audizione, i procuratori generali repubblicani hanno chiesto al Dipartimento di Giustizia di bloccare l’accordo Netflix, i sindacati e gli esercenti cinematografici si sono schierati.
Nel frattempo, Paramount ha ottenuto un esame accelerato dal Dipartimento di Giustizia, completandolo in meno di tre mesi. Un vantaggio competitivo decisivo: l’accordo Netflix rischiava invece di restare impantanato nei controlli regolatori fino al 2027.
Sarandos, Trump e il consiglio più costoso della storia
Il ritiro di Netflix non è stato un gesto impulsivo ma il risultato di un calcolo ben preciso. Quando Paramount ha migliorato sostanzialmente la propria offerta nell’ultimo fine settimana di trattative, Netflix si è resa conto che Ellison non avrebbe ceduto. Circolavano anche voci sulla disponibilità di Paramount a sostenere una guerra di rilanci a oltranza.
Sarandos è tornato a Washington giovedì per incontrare il Dipartimento di Giustizia e il procuratore generale Pam Bondi. Durante una visita precedente, Trump gli aveva consigliato di non strapagare Warner Bros. Giovedì, Sarandos ha parlato di nuovo con il presidente e gli ha detto: “Ho seguito il suo consiglio.”
Netflix ha incassato una penale di rottura da 2,8 miliardi di dollari, evitando anni di battaglie legali e integrazioni complesse. Una ritirata dorata, accolta con sollievo dal mercato.
La montagna da scalare
Il trionfo di Ellison, però, è solo l’inizio. L’operazione nasce carica di debito e piena di incognite regolatorie.
La Commissione Europea sta esaminando la fusione. E il procuratore generale della California Rob Bonta ha dichiarato senza mezzi termini: “L’accordo Paramount/Warner Bros non è cosa fatta. Il Dipartimento di Giustizia della California ha un’indagine aperta, e intendiamo essere rigorosi.”
Gli avvocati antitrust federali, inoltre, continuano a indagare sull’impatto competitivo dell’operazione. Se alcuni stati dovessero contestare l’accordo in tribunale, potrebbe ripetersi lo scenario della fusione Sprint/T-Mobile del 2020, quando il Dipartimento di Giustizia approvò ma diversi stati si opposero in sede giudiziaria.
A guidare il Dipartimento di Giustizia in quel caso era Makan Delrahim. Oggi è il consulente legale di Ellison.
A Ellison è servito un anno per comprare Paramount e un altro per ottenere il via libera dell’amministrazione Trump. Ha appena vinto una battaglia pubblica estenuante contro una delle società più potenti del pianeta.
Ora però deve mantenere promesse concrete: aumentare la produzione, distribuire 30 film all’anno nelle sale, tagliare i costi per ripagare una montagna di debito. Tutto questo mentre le nuove tecnologie continuano a erodere le fondamenta stesse del business su cui ha scommesso il proprio futuro.
Fonte: Bloomberg


