La destra MAGA attacca l’accordo tra Netflix e Warner Bros.

by | 10 Dic 2025 | Politica, Tecnologia

Jared Kushner, marito di Ivanka Trump, è coinvolto nella cordata di paramount. | Foto: Gage Skidmore/Wikimedia commons
Tempo di lettura: 3 minuti

Quando abbiamo scritto la prima volta del possibile acquisto di Warner Bros. Discovery da parte di Netflix, non immaginavamo che si sarebbe creato il caso politico che stiamo andando a raccontare.

Nelle ultime ore, infatti, la rete di influencer pro-Trump è scesa in campo cercando apertamente di convincere la Casa Bianca a bloccare l’operazione.

Oggetto del contendere non è tanto il prezzo, né l’impatto sul mercato della possibile acquisizione, quanto il rapporto che lega Netflix ai coniugi Obama dal 2018, quando la loro casa di produzione Higher Ground ha firmato un accordo pluriennale col colosso dello streaming.

Si trattò di un contratto nato per raccontare storie “di impegno civile” ma che la destra ha trasformato nella prova dell’egemonia democratica sull’intrattenimento americano. Trump ha già fatto sapere che seguirà da vicino il dossier, definendo la quota di mercato di Netflix un potenziale “problema”.

Il fatto poi che a competere contro l’offerta di Warner Bros. Discovery ci sia anche una controfferta sostenuta dal genero di Trump, Jared Kushner, accompagnato dai fondi sovrani di Arabia Saudita, Abu Dhabi e Qatar, aggiunge ulteriore complessità politica a un processo che dovrebbe essere guidato esclusivamente da criteri antitrust.

La narrativa della destra

A innescare la campagna sono stati alcuni dei più noti commentatori vicini al movimento MAGA, da Jack Posobiec a Benny Johnson, fino a Laura Loomer, che si definisce la “lealtà” del presidente.

Posobiec ha scritto che “qui si tratta degli Obama che vogliono prendere il controllo dei media”, additando per l’appunto l’accordo che Netflix aveva siglato con Higher Ground nel 2018.

Johnson è andato oltre, definendo l’operazione da 83 miliardi di dollari “la più pericolosa concentrazione mediatica della storia americana” e sostenendo che i “super-donatori democratici” dietro Netflix finirebbero per ottenere “un monopolio sull’intrattenimento per bambini”.

Nell’argomentazione dei commentatori di destra contano anche i nomi presenti nel board di Netflix, come Susan Rice, già consigliera per la sicurezza nazionale e ambasciatrice ONU nell’amministrazione Obama.

È lo stesso copione che la destra ha applicato in tempi recenti contro altre aziende percepite come vicine ai progressisti, da Disney a Bud Light, trasformando scelte commerciali e creative in questioni identitarie.

Cosa c’è nell’accordo Netflix-Obama

Il legame tra Netflix e gli Obama è reale ma lontano dalla centralizzazione culturale descritta dagli influencer. Higher Ground ha prodotto documentari come American Factory, vincitore dell’Oscar, Becoming e film come Leave the World Behind o Rustin.

Resta però una parte marginale del catalogo dello streamer, i cui titoli più popolari (da Squid Game a Stranger Things), non hanno alcun rapporto con la produzione dell’ex presidente e della moglie.

Al centro delle critiche c’è anche la percezione degli ambienti conservatori che Netflix favorisca una narrazione progressista nei suoi contenuti, sia per la visibilità data a personaggi LGBTQ+ sia per scelte di casting interpretate come segnali di inclusività.

È una lettura che ha alimentato più volte campagne politiche contro la piattaforma, indipendentemente dal fatto che i dati di catalogo mostrino eterogeneità di generi, sensibilità e autori.

Anche l’espansione di Higher Ground è stata diversificata: la società ha prodotto contenuti anche per Disney e ha siglato un accordo con Spotify per la realizzazione di podcast.

La partita regolatoria e il ruolo di Trump

Se la dimensione culturale domina la battaglia online, quella regolatoria è molto più complessa. Negli Stati Uniti, acquisizioni di queste dimensioni richiedono una revisione dell’antitrust che analizza l’impatto sulla concorrenza nel mercato dei media e dello streaming.

Trump ha dichiarato che “vuole fare la cosa giusta”, ma ha anche ammesso che la posizione dominante di Netflix potrebbe essere “un problema”, lasciando intendere che seguirà la vicenda in prima persona.

Nel frattempo, Paramount Skydance ha rilanciato con un’offerta parallela, presentandola come più semplice da approvare proprio per via dei suoi legami politico-finanziari. E tra i sostenitori c’è Jared Kushner, genero di Donald Trump, oltre ai fondi sovrani del Golfo.

L’intreccio tra politica, affari e percezioni pubbliche sta aggiungendo ulteriore complessità alle notizie di queste ore. Il fatto che la controfferta alternativa sia sostenuta da entità vicine a Trump (senza dimenticare che Paramount fa capo alla famiglia Ellison, a lui storicamente legata), alimenta interrogativi su quanto il presidente possa trovarsi in una posizione incidentalmente favorevole alla rete di alleati che gli ruota attorno.

E la mobilitazione improvvisa della base MAGA contro Netflix solleva domande sulla spontaneità di questa pressione. Questa ondata di dissenso tra la base del suo elettorato, offre infatti a Trump la possibilità di presentare un suo eventuale intervento nella trattativa come una risposta al “sentire popolare”, pur muovendosi in un quadro che avvantaggia interlocutori a lui vicini.

Il risultato è che un’operazione già enorme sul piano industriale sta assumendo sempre di più i contorni di una battaglia politica. E che la Casa Bianca sarà inevitabilmente chiamata a decidere tra due visioni opposte di cosa debba essere il mercato dell’intrattenimento americano.

Fonte: The Washington Post

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