Paramount rilancia su Warner Bros e riapre lo scontro con Netflix

by | 8 Dic 2025 | Business

Tempo di lettura: 3 minuti

La battaglia per il controllo di Warner Bros Discovery sta riportando Hollywood ai tempi delle sue mega-operazioni, da Disney–Fox a AT&T–Time Warner.

Nel cuore di un’industria in piena transizione verso lo streaming, Paramount Skydance ha infatti scelto la via più diretta: un’offerta ostile da 108,4 miliardi di dollari per ribaltare l’accordo già firmato tra Warner Bros e Netflix. È una mossa che, come riportato da Reuters, rappresenta l’ultima spiaggia per provare a creare un gruppo in grado di sfidare il dominio del colosso dello streaming.

L’offerta del 5 dicembre aveva sancito una vittoria provvisoria per Netflix, che si era assicurata un accordo da 72 miliardi di dollari per gli studios, i canali e le piattaforme streaming di Warner Bros. Ma Paramount non si è arresa: ha rilanciato a 30 dollari per azione, in contanti, come confermato da Bloomberg, superando i 27,75 dollari in cash e stock offerti da Netflix.

Ellison ha sintetizzato così la posizione dell’azienda: “Gli azionisti di WBD meritano un’opportunità di considerare la nostra offerta superiore e interamente in contanti”, ha dichiarato.

Dietro questa offensiva c’è anche il fatto che Paramount, pur restando uno dei principali studios americani, ha avuto negli ultimi anni un andamento altalenante al box office. I suoi franchise sono stati a tratti in grado di brillare ma il suo catalogo si è spesso ritrovato in inferiorità rispetto a Disney, Universal e Warner Bros in termini di market share.

Il rilancio su WBD rappresenta perciò una scommessa strategica per ridefinire il peso del gruppo nella nuova Hollywood.

L’offerta ostile di Paramount e il fattore politico

Una mossa “ostile” nel mondo corporate ha un significato preciso: non si cerca più l’approvazione del consiglio d’amministrazione ma si punta direttamente agli azionisti.

È la strategia scelta da Paramount, convinta non solo della solidità economica della propria offerta, ma anche della necessità di contrastare quello che David Ellison definisce un “pregiudizio intrinseco” nel processo di vendita.

Reuters riferisce che Paramount aveva contestato formalmente la procedura, accusando Warner Bros Discovery di aver “abbandonato un processo di gara equo” e di aver “predeterminato Netflix come vincitore”.

Bloomberg aggiunge che, in privato, il management di WBD avrebbe definito l’accordo con Netflix uno “slam dunk” (la schiacciata della pallacanestro), esprimendosi invece in termini negativi sull’offerta rivale.

A complicare ulteriormente il quadro è arrivato un elemento insolito per una trattativa di questo tipo: il presidente degli Stati Uniti. Sia Reuters sia Bloomberg riportano che Donald Trump avrebbe espresso dubbi sull’operazione Netflix, osservando che “si tratta di una quota di mercato molto ampia. Potrebbe essere un problema”.

Secondo Bloomberg, Trump avrebbe persino incontrato a novembre il co-CEO Netflix Ted Sarandos, suggerendo che Warner Bros dovrebbe vendere “al miglior offerente”. Un intervento che, per il peso politico della presidenza, introduce un livello di incertezza aggiuntivo nell’iter regolatorio.

L’asse Ellison: capitale, influenza e il ritorno alla verticalizzazione

Se Netflix vede in Warner Bros la possibilità di assicurarsi proprietà intellettuali premium a lungo termine, indispensabili per sostenere l’espansione verso gaming, live entertainment e nuovi ecosistemi consumer, Paramount risponde con un’altra leva: la potenza economica della famiglia Ellison.

David Ellison, CEO di Paramount Skydance, sta guidando l’offensiva. Ma come osservano gli analisti citati da Reuters, la forza finanziaria decisiva arriva dal padre: Larry Ellison, cofondatore di Oracle e seconda persona più ricca al mondo.

Il suo sostegno offre a Paramount una solidità economica superiore a quella dei classici conglomerati media, oltre a rapporti consolidati con ambienti politici di primo piano nell’amministrazione Trump. Che forse potrebbero spiegare la succitata riluttanza all’accordo con Netflix…

È questo mix di capitale e influenza a rendere Paramount, secondo alcuni esperti interpellati da Reuters, “il candidato migliore” per completare l’acquisizione di WBD. E sul piano industriale c’è un ulteriore contrasto. Morningstar avverte che, nella forma proposta, la fusione Netflix–WBD provocherebbe un calo dei ricavi combinati dello streaming, “a meno che Netflix non raddoppi i prezzi o gestisca piattaforme separate”.

Paramount sta sfruttando questo nodo sostenendo che la propria operazione avrebbe maggiori probabilità di superare l’esame dei regolatori rispetto a un’acquisizione da parte di un player dominante come Netflix.

L’azienda, inoltre, rivendica la superiorità del suo pacchetto economico: secondo Bloomberg, l’offerta “per l’intera Warner Bros dà agli azionisti 18 miliardi in più di cash rispetto alla proposta Netflix”, sebbene il vantaggio effettivo dipenda dal valore che il mercato attribuirà alle azioni derivanti dallo spin-off previsto.

Una partita ancora lunga

La posta in gioco non riguarda solo la proprietà delle IP più preziose di Hollywood, da HBO a DC Comics, ma anche il modello industriale su cui si fonderà l’intrattenimento dei prossimi dieci anni.

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Netflix resta formalmente in vantaggio, come ricordano sia Reuters sia Bloomberg. Ma il quadro è tutt’altro che definito. Ross Benes, analista di Emarketer, avverte: “L’acquisizione di Warner Bros Discovery è ben lontana dall’essere conclusa. Netflix è al posto di guida, ma ci saranno colpi di scena prima del traguardo finale. Paramount farà appello ad azionisti, regolatori e politici per cercare di ostacolare Netflix… La battaglia potrebbe protrarsi”.

Sullo sfondo restano le frizioni con i sindacati di Hollywood, contrari a possibili tagli di personale, e l’incognita dell’antitrust, resa più complessa dall’intervento diretto della Casa Bianca e dall’inevitabile attenzione del Dipartimento di Giustizia.

In un settore segnato da continui colpi di scena, l’unica certezza è che la corsa a Warner Bros Discovery non è affatto finita.

Fonti: Reuters, Bloomberg

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