Il matrimonio da 110 miliardi di dollari tra Paramount Skydance e Warner Bros. Discovery doveva chiudersi in scioltezza entro l’estate. Lunedì dodici procuratori generali statunitensi, guidati dal californiano Rob Bonta, hanno invece depositato una causa antitrust per bloccarlo. Il tribunale federale del distretto nord della California, a Oakland, ha ricevuto anche la richiesta di un’ingiunzione preliminare per congelare l’operazione mentre il processo va avanti. È l’ostacolo più serio incontrato finora dal progetto con cui David Ellison, amministratore delegato di Paramount, punta a costruire un rivale diretto di Netflix e Disney.
Tre mercati sotto la lente antitrust
Gli stati coinvolti, Arizona, California, Colorado, Connecticut, Massachusetts, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon e Washington, contestano la fusione per tre motivi distinti. Nella distribuzione dei film in sala a livello nazionale, Paramount e Warner Bros. sommerebbero circa il 27% del mercato: con l’operazione, tre soli distributori arriverebbero a controllare il 75% delle uscite e quattro, includendo Disney e Universal, l’86%. Il divario si allarga sui film campioni d’incassi attesi, dove il nuovo gruppo supererebbe il 30% e i quattro maggiori player il 90%. Il terzo fronte riguarda i canali via cavo di base: Warner Bros. è oggi il secondo operatore del settore, Paramount il terzo, e insieme arriverebbero al 27% di un mercato che comprende reti come CNN, MTV, HGTV, Cartoon Network e Nickelodeon.
La versione di Paramount
Paramount respinge ogni addebito. In una nota, l’azienda ha definito la causa una distorsione del diritto antitrust vigente, basata su una lettura sbagliata della concorrenza nel settore dell’intrattenimento. Il gruppo ricorda che il Dipartimento di Giustizia ha già chiuso a giugno la propria istruttoria senza sollevare obiezioni, giudicando l’operazione non dannosa né per la concorrenza né per i consumatori americani.
Alle autorizzazioni ottenute negli Stati Uniti si sommano quelle di Cina, Canada e Australia, mentre restano aperte le revisioni di Unione Europea e Regno Unito, che ha lasciato intendere una possibile azione autonoma. Ellison ha promesso 30 uscite cinematografiche l’anno dal gruppo unito, sostenendo che il taglio di 6 miliardi di dollari in costi di infrastruttura, marketing e personale duplicato servirà a produrre di più, non di meno.
La partita politica dietro la causa
Tutti i procuratori generali firmatari sono democratici, un dettaglio che non è passato inosservato. I critici dell’operazione sostengono da mesi che i legami politici della famiglia Ellison abbiano reso più agevole il percorso verso il via libera del Dipartimento di Giustizia lo scorso mese: Larry Ellison, padre di David e cofondatore di Oracle, coltiva da tempo un rapporto stretto con il presidente Donald Trump, un legame che Paramount aveva già fatto valere pubblicamente durante l’offerta ostile con cui aveva scavalcato l’accordo tra Warner Bros. e Netflix.
Bonta ha scelto toni netti in conferenza stampa, definendo Trump un sostenitore di un’economia truccata e citando altri casi antitrust chiusi dal Dipartimento di Giustizia, tra cui quello contro la società di concerti Live Nation. La Casa Bianca non ha risposto alle richieste di commento.
Hollywood si è già schierata
L’opposizione non arriva solo dagli uffici legali statali. I lavoratori del cinema temono ricadute occupazionali, i gestori delle sale un’ulteriore riduzione del numero di film distribuiti ogni anno. Ad aprile oltre cinquemila professionisti del settore, tra cui Sofia Coppola, Kevin Bacon, Jane Fonda e Robert De Niro, avevano firmato una lettera aperta contro la fusione.
Un precedente recente offre un indizio su come potrebbe andare a finire: a inizio anno un giudice federale ha bloccato l’acquisizione da 6,2 miliardi di dollari di Tegna da parte di Nexstar, ritenendo fondate le accuse antitrust sollevate da una coalizione di stati simile a quella che ora si oppone a Paramount.
Cosa rischia Paramount da qui a fine processo
Il tempo, più ancora dell’esito finale, è il vero nemico di Paramount. Le cause antitrust di questo tipo richiedono in media otto mesi prima di una sentenza, secondo un’analisi di Reuters su procedimenti recenti. Paramount si è impegnata a versare agli azionisti di Warner Bros. Discovery una penale di 650 milioni di dollari a trimestre se l’operazione non si chiude entro fine settembre, un costo che rischia di gonfiarsi di pari passo con l’allungarsi del contenzioso.
Le azioni di entrambe le società sono comunque salite in borsa lunedì, Paramount dell’1,5% e Warner Bros. dell’1,9%, segno che gli investitori non considerano la causa un ostacolo insormontabile. Per l’analista Paolo Pescatore, di PP Foresight, si tratta però della minaccia più credibile incontrata finora dall’operazione: anche in caso di vittoria finale, i ritardi accumulati avranno comunque un costo per Paramount.


