Lo scorso febbraio segnalavamo che OpenAI s’incamminava verso una valutazione di 300 miliardi di dollari. Oggi quella previsione appare quasi timida: secondo Reuters, infatti, l’azienda è valutata 500 miliardi di dollari.
È un balzo spettacolare, in ben poco tempo, spinto non da un nuovo round “primario” di finanziamenti ma da dipendenti ed ex dipendenti che hanno ceduto le loro quote a investitori istituzionali.
Ma perché i dipendenti possiedono azioni di OpenAI? Nei modelli di compensazione americani è prassi offrire equity (stock option, azioni vincolate, partecipazioni azionarie) come parte del pacchetto retributivo. Il che crea un certo allineamento: se la società cresce e vale di più, il dipendente ne beneficia direttamente. Quasi tutte le grandi startup e società tech statunitensi lo fanno.
In Italia questo fenomeno è pressoché sconosciuto: molte aziende non strutturano programmi di stock option per dipendenti (o lo fanno in modo marginale), perché il sistema finanziario e regolamentare non li incentiva.
Perché questa mossa proprio ora?
Il tempismo non è casuale. Il mercato dell’intelligenza artificiale è diventato ferocemente competitivo per reperire talento. Aziende come Meta, ad esempio, stanno investendo miliardi, rubando ricercatori ed offrendo contratti stratosferici. Offrire ai propri dipendenti la possibilità concreta di monetizzare il proprio equity (oggi, non tra anni) è un’arma potente di retention.
Ma non è solo questo. Il salto da 300 a 500 miliardi è anche una dichiarazione strategica: OpenAI vuole rafforzare la propria credibilità e spingere il livello di attesa attorno al suo futuro come player dominante nel mondo dell’IA.
In aggiunta, nel primo semestre 2025 l’azienda ha generato circa 4,3 miliardi di dollari di ricavi, con una crescita stimata intorno al 16 % rispetto all’anno precedente. Questo trend rende più credibile una valutazione così aggressiva.
I rischi e le incognite
Naturalmente, non è tutto scontato. La valutazione è talmente elevata da comportare aspettative molto difficili da soddisfare. Se l’azienda non saprà trasformare questa potenza in guadagni tangibili, ossia monetizzando adeguatamente i suoi modelli di intelligenza artificiale, il mercato sarà come al solito spietato.
Infine, esiste il rischio di una “fragilità percepita”: le vendite secondarie possono essere interpretate come una diminuzione della fiducia interna, e in questi casi il mercato reagisce con scetticismo. Ma nel caso di OpenAI è l’opposto: è un consolidamento, non un’uscita.
Ora la palla passa al mercato: la startup (ha ancora senso definirla tale?) da 500 miliardi dovrà dimostrare che è diventata un motore di utili e innovazione sostenibile. A tal proposito gli esperti hanno più di un dubbio ma di questo parleremo più approfonditamente nei prossimi giorni.
Il sorpasso su SpaceX
Il dato che fa più impressione è il sorpasso di Altman al rivale Musk: con la valutazione da 500 miliardi, OpenAI ha infatti superato SpaceX, l’altra grande creatura simbolo dell’innovazione americana.
La società aerospaziale di Elon Musk è valutata attorno ai 400 miliardi di dollari, e il fatto che una realtà nata come laboratorio di ricerca sull’intelligenza artificiale, priva di razzi, satelliti o basi di lancio, oggi valga più di un colosso dell’aerospazio, è la prova tangibile del cambio di paradigma. E cioè che quella dell’IA è diventata la nuova corsa allo spazio per il capitalismo tech.


