Come ben sappiamo, dopo aver speso 288 milioni di dollari per riportarlo alla Casa Bianca, il miliardario sudafricano ha attaccato Donald Trump e minacciato di creare un terzo partito. Ma la sua reputazione divisiva, i precedenti falliti e la parabola del DOGE, minano la credibilità.
Elon Musk ha investito molto (soldi, reputazione personale e influenza) per aiutare Donald Trump a vincere le elezioni del 2024.
Solo l’anno scorso ha speso 288 milioni di dollari per finanziare la sua campagna e quella degli alleati. Ma oggi, con la legge simbolo del presidente su tasse e immigrazione in dirittura d’arrivo, il miliardario ha rotto l’alleanza e alzato il tiro: se il Congresso approverà “questo folle disegno di legge”, allora “il Partito America nascerà il giorno dopo”.
Le sue parole sono arrivate su X, la piattaforma social che ha comprato quando ancora si chiamava Twitter. E sono un attacco diretto a quei parlamentari repubblicani che, a suo dire, hanno tradito le promesse di tagli alla spesa.
Every member of Congress who campaigned on reducing government spending and then immediately voted for the biggest debt increase in history should hang their head in shame!
And they will lose their primary next year if it is the last thing I do on this Earth.
— Elon Musk (@elonmusk) June 30, 2025
“Ogni membro del Congresso che ha fatto campagna elettorale promettendo tagli alla spesa e poi ha immediatamente votato per il più grande aumento del debito della storia dovrebbe vergognarsi!”, ha tonato. “E perderà le primarie il prossimo anno, anche se fosse l’ultima cosa che faccio su questa Terra”.
DOGE e fallimenti elettorali: perché Musk divide
Il tentativo di Musk di rilanciarsi come protagonista politico non arriva da una posizione di forza. Negli ultimi mesi, la sua immagine è uscita fortemente appannata, anche tra i repubblicani.
Il piano di tagli federali da lui supervisionato, il noto DOGE, ha generato forti tensioni, minando la sua popolarità. Più che come innovatore, Musk è ora percepito come il miliardario intervenuto a gamba tesa sulla vita dei cittadini, mettendone a rischio servizi essenziali.
Le cose non sono andate meglio sul fronte elettorale. A inizio 2025, come ricorda il Washington Post, ha investito oltre 20 milioni di dollari per aiutare i conservatori a conquistare la Corte Suprema del Wisconsin.
Ma non solo il suo candidato ha perso, e di larga misura: lo stesso Musk è diventato motivo di scherno per aver indossato un cappello di formaggio a un evento pubblico, e per aver autorizzato il suo PAC (Political Action Committee, ossia comitato politico) a pagare gli elettori registrati affinché firmassero petizioni.
Alcuni pare abbiano vinto premi da un milione di dollari ma il giudizio finale, nelle urne, è stato impietoso.
Perot, Nader e la realtà dei fatti
Nonostante tutto, Musk insiste. La sua convinzione è che esista uno spazio politico enorme da occupare: quello tra i due poli ormai radicalizzati. E i numeri, in parte, gli danno ragione.
Secondo un sondaggio Gallup dello scorso anno, il 58% degli adulti statunitensi ritiene che serva un terzo partito, dato in linea con la media del 56% registrata dal 2003. La frustrazione verso il sistema bipartitico è reale e duratura. E, visto quanto sta accadendo negli USA, comprensibile.
Ma la storia americana è piena di precedenti che invitano alla prudenza. Ross Perot, nel 1992, riuscì a ottenere il 19% del voto popolare, ma zero voti elettorali. Ralph Nader, nel 2000, contribuì con la sua candidatura indipendente a un esito così incerto da costringere la Corte Suprema a decidere la presidenza.
La realtà è che i terzi partiti, negli Stati Uniti, finiscono per essere un voto sprecato. “Ma se l’obiettivo di Musk è creare caos, lanciare un messaggio e provocare uno shock, allora diventa molto più semplice”, ha osservato Lee Drutman del think-tank New America.
I trumpiani lo deridono
Il piano di Musk, ovviamente, non convince in primis i trumpiani. “Penso sia la ketamina a farlo parlare, nel cuore della notte”, ha detto con sarcasmo Jim McLaughlin, sondaggista di fiducia del presidente. “Trump è il Partito Repubblicano in questo momento. È il movimento conservatore. Nessuno sente davvero il bisogno di un partito con Elon Musk.”
E in effetti, la sua traiettoria politica appare quanto mai ambigua. Solo pochi anni fa era un critico di Trump, con simpatie progressiste. Poi ha investito pesantemente per farlo eleggere. E ora lo attacca, minaccia, sfida, pur restando nella stessa area ideologica.
Anche alcuni dei suoi alleati più vicini hanno iniziato a chiedersi se Musk voglia davvero cambiare le cose o solo “stare al volante”, come ha detto un suo confidente. Al punto che secondo Barry Burden, direttore del Centro di Ricerca Elettorale dell’Università del Wisconsin, “un nuovo partito trarrebbe il massimo vantaggio da Musk se potesse attingere alle sue risorse, ma lasciandolo sullo sfondo”.
“Se riuscisse a presentarsi come un innovatore, un imprenditore tech che finanzia l’iniziativa per contribuire all’economia americana, ma senza diventarne il volto pubblico, avrebbe molte più chance di successo.”
La verità è che per costruire un’alternativa credibile non bastano i soldi. Serve una visione, una squadra, un consenso trasversale. Musk, per ora, ha soprattutto una piattaforma digitale e la voglia di rompere gli equilibri.
Ma la politica americana, quella vera, ha già visto passare molti outsider. E la sensazione è che non stia aspettando Elon Musk per reinventarsi.


